SIAMO TUTTI MERICANI

SIAMO TUTTI MERICANI

Teatro

paul sark

 

SIAMO TUTTI MERICANI

2005

I mericani i gà vendù l’anima al diaol

par comprarghe le pistole a gion uein”

(Gli americani hanno venduto l’anima al diavolo

per comprare le pistole a John Wayne)

Scritta su una palizzata

di un cantiere edile,

a Rovereto - 1997

a Michael Moore

Personaggi ed interpreti

Sig. Max unico sopravvissuto dopo il Grande Disastro

Sig.na Anna giornalista

Siamo nel 2293, il 27 Aprile. La Terra ha subito, dopo il Grande Disastro, una profonda e radicale trasformazione. Il petrolio è esaurito, la popolazione è ridotta a circa 350.000 individui, che si arrangiano come possono.

Il sig. Max, miracolosamente vivo dopo circa 300 anni, poiché è stato contaminato da sconosciute radiazioni che lo hanno addormentato e protetto, si risveglia in una specie di caverna, sua attuale abitazione. Una giornalista della Nuova Era, che è venuta a conoscenza dell’accaduto, gli telefona per intervistarlo.

SIAMO TUTTI MERICANI

Il sipario si apre, l’atmosfera è semibuia. La scena presenta una specie di antro, allestito come una camera da letto. Alle pareti stendardi e bandiere americane, ritratti di Lincoln e Washington, drappi di Yale, di Harvard, di Princetown. E poi ancora Stan Laurel ed Holiver Hardy, Marylin Monroe, John Wayne, John Kennedy, I fratelli Marx, Martin Luther King, ecc.

Oggetti vari si intravedono sulla scena: palloni da basket e da football, scarpe, maglie, lampade spente. Un letto, e sul letto un uomo. Mentre il sipario si apre una musica sorda, incomprensibile e bassa si diffonde intorno. La musica poi si trasforma in un mixage piuttosto confuso di inni americani: solo strumentali, vocali, di fanfara, la celebre interpretazione di Jimmy Hendrix a Woodstock, ecc.

Dopo l’inizio della musica (10, 15 secondi) comincia una proiezione in Power Point di scene di caos, astratte, confuse, veloci, grandi campi cromatici.

Dopo 40 sec. di proiezione l’uomo comincia ad agitarsi, prima lentamente, poi sempre più convulsamente, ad emettere gridolini e versi, sempre più in modo agitato. Il clima si fa sempre più parossistico, la musica cresce, le immagini si susseguono senza sosta finchè, in concomitanza con un’immagine in Power Point che riporta la data 27 Aprile 2293, un telefono trilla cinque, sei volte, poi smette. Tutto si immobilizza, la diapositiva con la data rimane. Una voce fuori campo, da un altoparlante tipo megafono, parla molto gravemente e lentamente.

Voce fuori campo:

Siamo nel 2293, il 27 Aprile. La Terra ha subito, dopo il Grande Disastro, una profonda e radicale trasformazione. Il petrolio ed il metano sono esauriti, la popolazione mondiale è ridotta a circa 350.000 individui, che si arrangiano come possono.

Questi, che vedete, è il sig. Max, il quale è miracolosamente vivo dopo circa 300 anni, grazie alle contaminazioni di sconosciute radiazioni, che lo hanno addormentato e protetto.

Egli si è risvegliato da poco in questa specie di caverna, che fu utilizzata come rifugio, e che oggi è divenuta la sua abitazione.

Una giornalista, che è venuta a conoscenza dell’accaduto, gli telefona per intervistarlo.

Altri squilli di telefono (4, 5)

L’uomo si anima, la proiezione con la data cessa, la musica riprende al minimo, lenta, quasi a zero, la luce aumenta di intensità e l’uomo risponde al telefono. Dall’altra parte è una voce femminile.

Uomo (molto addormentato, confuso, quasi balbettando)

Pronto ? Si ? Pronto ? Prontooo ? Chi è ?

Donna

Sono Anna, giornalista:

son la prima della lista.

Voglio farle un’intervista,

da mandar subito in pista.

Uomo (sempre mezzo addormentato)

Ma chi è ? Chi è che parla ?

Non riesco ad ascoltarla !

Donna

Ho saputo del mistero,

ed io credo che sia vero;

so che lei è un sopravvissuto

a quel fatto sconosciuto;

la caverna, la sua stanza,

han protetto la sua panza

dal disastro universale,

dalla fine colossale.

Uomo (con voce impastata)

Si, vabbè, ma io c’ho sonno,

ho mangiato fave e tonno;

ho la testa un po’ pesante,

il cervello un po’ fluttuante.

Donna

Certo, certo, stia tranquillo,

le farò poi un altro squillo;

si rilassi con due cardi,

e ci sentirem più tardi.

La comunicazione si interrompe. L’uomo si ributta sul letto. La luce si azzera. Musica lenta e dolce per 15, 20 secondi. Poi l’uomo si alza, va verso una specie di tavolo sulla scena, la luce si ravviva e l’uomo va alla tavola che sta al centro della scena, si siede su uno scatolone e comincia a giocherellare con i diversi oggetti che vi si trovano (torcia elettrica, orologio da tavolo, macchina fotografica digitale, calcolatrice, occhiali, un cesto con mele, cardi e fichi, ecc.).

Si sente battere alla porta. L’uomo si alza, apre ed appare la donna del telefono, che veste un po’ alla primitiva. Ha una borsa che contiene delle candele; in mano ha un taccuino ed una grossa matita. Nei capelli è infilato un grosso osso, a guisa di fermacapelli.

Donna

Oh, buongiorno, caro amico,

lei sta bene, è proprio un fico !

 

Uomo (sempre titubante, timido, impacciato)

Prego, prego, faccio strada,

stia qui attenta, chè non cada;

sa… c’è un po’ di confusione:

sieda lì, su quel cartone.

La donna si accomoda su un grosso imballo di cartone, vicino al tavolo, prende una candela dalla borsa e l’accende.

Anche l’uomo si risiede sullo scatolone.

Donna

Grazie, grazie, sto benone !

Uomo (sedendosi anch’egli sul cartone, dalla parte opposta)

Ed allora ? La questione ?…

Donna

Certo, si, ora le dico…

Uomo (prendendo dal cesto una mela, e un cardo)

Una mela ? Vuole un fico ?

Siamo in tempo? non ritardo ?

Vuol ciucciare questo cardo ?

(la donna prende la mela)

Donna

Grazie, grazie della mela,

le ho portato una candela. (estrae una candela dalla

Questo mese, caso strano, borsa)

han cambiato il loro piano: (porta l’indice verso l’alto)

alla Casa del Raduno

ci han chiamato ad uno ad uno,

e nel pacco in dotazione

giù candele a profusione. (facendo vedere altre candele)

(La donna tiene bene in vista il blocco di carta e la grossa matita)

Uomo

Grazie tante, signorina…

E c’avrei ‘na domandina… (indica la matita)

Donna

Dica, prego, senza tema…

Uomo

La mia voce già si trema…

Donna

Prego…prego…su la vita… (incoraggiandolo)

Uomo

Mi regala… la matita ? (indicandola)

Dopo…dopo… vò a bruciarla…

per la grotta…per scaldarla… (con la mano fa un largo gesto, indicando tutto

lo spazio intorno)

Donna

Ah…capisco…ma non posso…

è un problema, certo…e grosso…

ma se a lei do la matita…

non ne ho altre…per la vita…

Devo scrivere i miei pezzi,

e non ho degli altri mezzi. (piccola pausa)

Ma ai suoi tempi, e l’ho studiato,

avevate voi inventato

un sistema di scrittura:

una forma assai sicura.

Uomo

Oh, che tempi, che scoperte…

tutte cose belle e certe.

Avevamo certe penne…

Le portava con le renne

un vecchietto molto arzillo…

vispo e sano come un grillo.

Era lui, Babbo Natale, (nostalgico)

non ce n’era un altro uguale;

sotto l’albero, la notte,

tutti noi, in gruppo e a frotte,

trovavamo quei regali,

alleviando i nostri mali:

i computer, i cellulari,

la pleistescion e i calamari,

e poi i fax e le cravatte,

bocconcini per le gatte,

nastri, dischi e bombolette,

e poi tante macchinette…

tutte le diavolerie

per rispondere alle zie,

ai notai e agli avvocati,

ai ricconi e ai mentecatti.

Donna

Ed allora, che ne è stato ? (con grande stupore)

Com’è tutto tramontato ?

Niente è stato conservato,

tutelato e preservato ?

Uomo

Ah, che storia, che memorie… (la donna prende appunti)

quelle antiche e vecchie glorie…

noi la plastica si usava,

e la Terra prosperava…

Donna

Si…ho sentito…or mi sovviene…

l’avevate nelle vene.

Era l’anima del mondo,

tutto in plastica, in profondo.

Uomo

Una cosa portentosa,

una roba prodigiosa.

Un mistero, una magia,

tutto plastica e… armonia.

C’era plastica nei boschi, (la donna prende appunti)

c’era plastica nei chioschi,

nelle case e nei giornali,

negli aerei con le ali,

dentro l’acqua, dentro al mare,

tutto in plastica…che affare.

 

Donna

Ed il cibo, e le bevande ?

 

Uomo

In Alaska e nelle Ande,

i calzoni e le mutande, (la donna prende appunti)

i bicchieri e le bottiglie,

le ginocchia e le caviglie,

tutte plastiche stupende,

che al mercato ben si vende.

Donna

E gli uccelli, le magliette ?

Uomo

Le camicie, le calzette…

Donna

Tutto insomma plasticato,

tutto in forma e colorato…

Uomo (con aria mesta e sconsolata)

Già, ma poi tutto è finito…

tutto quanto si è esaurito…

 

Donna

E le scorte son finite…

ed abbiam… queste matite. (fa un gesto sconsolato indicando

la matita )

Uomo (con rammarico)

Certo, certo, è già finito;

son sicuro, è garantito.

Una goccia non ne avanza,

e si sente la mancanza.

Il petrolio era sparito,

morto, niente, seppellito. (fa un gesto con le mani)

Donna

Ma mi dica, per favore,

ai suoi tempi, a tutte l’ore,

eravate così idioti,

citrulliti e anche beoti,

da pensar che i petrolieri

fosser uomini sinceri ?

Eravate così grulli

da ascoltar quei certi bulli ?

Credevate, ad ogni inverno,

al petrolio per l’eterno ? (piccola pausa)

Mai una preoccupazione

per la mia generazione ?

Uomo

Devo dirle, in cuor sincero,

qualche volta (è un fatto vero),

c’era un po’ di malcontento,

e la cosa la risento;

chi diceva di aspettare,

chi pregava di cambiare.

Il petrolio, si diceva,

della vita era la leva;

era un dono di natura,

la reale e sola cura.

Ogni tanto, in tal stagione,

c’era una dimostrazione:

via, abbasso i petrolieri, (con fare da dimostrante)

giù le man dai pozzi neri;

ci son altre forze vive,

energie alternative;

il petrolio può finire,

e ai nipoti cosa dire ?

Ma il governo e il presidente:

non è vero proprio niente; (con fare declamatorio)

di petrolio ce n’è tanto

da riempire tutto quanto.

Ce n’è tanto in fondo al mare

da poterlo scialacquare;

ce n’è tanto sotto i monti

da non poter fare i conti;

ce n’è tanto nei deserti,

per millenni sarem certi

che a nessuno mancherà

il petrolio in quantità.

 

Donna

E voi ? tutto credevate ? (incredula)

Tutto quanto bevevate ?

Uomo

Sulla Bibbia si giurava

che il petrolio qui abbondava;

ci si divertiva un sacco…

e l’ambiente ? Sotto il tacco !

(porta il dito verso la suola di

una scarpa)

Donna

Quando poi si era capito,

quando poi s’era intuito

che il petrolio era alla fine,

che non c’eran più benzine ?

Uomo

Fu davvero molto dura,

e una cosa era sicura:

il governo americano

stese la sua grande mano

su l’enorme mappamondo,

e decise fino in fondo

che il petrolio era vitale,

per il bene, per il male.

Si cercava dappertutto,

ogni luogo bello o brutto:

nel Caucàso ed in Corea,

in Somalia ed Eritrea;

Iran, Iraq ed i Balcani

a frugar gli americani.

In oriente e in Pakistan,

Cile ed Afghanistan,

in Brasile o in Argentina,

ed in Libia o in Palestina;

guerre e sangue in quantità: (breve pausa)

il petrolio porta qua.

Donna

Ma qual’era la questione,

quale la motivazione ?

Come fan gli Stati Uniti

a colpir dei disperati ?

Uomo

Ah… le scuse erano tante,

impellenti e sacrosante;

il governo era speciale,

non ce n’era un altro uguale.

Sulla faccia del pianeta

una sola era la meta:

controllare ogni paese

e poi non badare a spese,

per scovar tutto il petrolio

il metano ed il gasolio.

 

Donna

E gli stati e le nazioni ?

Uomo

A guardar le nostre azioni.

Donna

Tutti zitti, a sopportare,

senza un dito sollevare ?

Uomo

Ogni volta era una scusa,

del potere ognuno abusa.

Ogni volta era una guerra,

in ogni parte della terra.

Il governo ebbe un potere…

Tutti sotto il suo volere;

se qualcun non è alleato

ecco qua il colpo di stato:

Cile, Honduras ed Argentina,

guerre in Laos ed anche in Cina.

Tutto il mondo sottosopra,

al comando ognun s’adopra.

L’energia va controllata,

la benzina inscatolata:

il futuro è garantito,

tutti uniti nel partito.

 

Donna

Ma nessun si ribellava,

niente, non si protestava ?

Uomo

C’era sempre un buon motivo: (elenca sulle dita)

quel tiranno era cattivo,

quella lì era gentaglia,

quello stato era canaglia;

il Kuwait e gli iracheni,

gli afgani e poi gli armeni,

no gli armeni ancora no,

ma vedremo che tra un po’

tutto quanto il Medio Oriente

sarà sabbia… e poi più niente.

Donna

Non si deve preoccupare,

non c’è nulla da temere:

or le cose son cambiate,

niente guerre, niente armate.

Uomo

Ah… che bella eredità

vi han lasciato quelli là… (punta l’indice nel vuoto,

lontano)

Donna

Siamo in pochi sulla terra,

non c’è scusa per la guerra.

Ci cibiamo con le mele,

e fan luce le candele… (prende una candela e

l’accende)

Uomo

Le dicevo… che ai miei tempi…

eran troppi quegli esempi…

quando noi si bombardava

e il petrolio si cercava.

Eravamo preoccupati

per quegli uomini vessati:

noi vogliam la libertà,

e la gran fraternità.

Bush ha a cuore gli iracheni,

gli afgani e gli iraniani;

noi andiamo in quei paesi,

stiamo lì quaranta mesi

a portare coca cola,

per portare i bimbi a scuola.

Noi portiamo sigarette,

il formaggio fatto a fette,

poi gli hamburger e le patate,

i depliant con le cascate,

le ciuingam e Topolino,

le camicie in vero lino,

Frank Sinatra e Marilina,

mariuana e cocaina,

poi la carne a scatolette,

e gli hot dog e le gallette.

Tutto fila, tutto ochei,

dalle due fino alle sei.

Liberiamo gli sfruttati,

poi gli oppressi e gli sfigati;

liberiamo i prigionieri,

quei di oggi, quei di ieri,

e puliamo le prigioni,

tiriam via gli scarraffoni;

poi facciamo strade e ponti,

e facciamo i nostri conti:

se la cosa ci va bene…

lo sentiamo nelle vene.

 

Donna

Ma ho studiato nella storia

che viveste per la gloria.

Uomo

No, non c’era mai la gloria;

forse solo un po’ di boria.

La parola libertà

era vera rarità.

Ci dovemmo adoperare, (ironico)

tutto il mondo liberare:

libertà per i pinguini,

per le foche e i marocchini,

libertà per le balene,

per le rane e le falene,

liberammo i pipistrelli,

poi gli Apaches e i menestrelli,

tutti liberi in Somalia

per il latte della balia;

libertà per i cinesi,

per i gauchi e gli albanesi,

tutti liberi in Slovenia,

in Egitto e pure in Kenya.

Liberammo le farfalle,

ci rompemmo anche le palle,

giù dai monti fino a valle,

per poter fare amicizia

(ogni tipo di sporcizia)

con i grandi farabutti,

grassi, magri, belli e brutti,

a cercar col lanternino

ogni certo burattino;

e così quel Bler trovammo;

ogni cosa accomodammo

col Putìn e il Berlusconi,

con Sharon ed i coloni;

tutti insieme, trallallà,

a portar la libertà.

Donna

Voi insomma, in tutto il mondo,

facevate un girotondo,

aiutando i poveretti,

i bambini ed i vecchietti.

 

Uomo

Aiutammo i derelitti, (sempre ironico)

i gitani ed anche i guitti,

gli esquimesi e i pigmei,

anche i daun ed anche i ghei,

i cicanos, tutti i neri,

tutti amici, tutti veri. (allarga le braccia)

Tutti liberi e felici,

…di mangiare burro e alici.

Donna

Era insomma un paradiso,

tutto il cibo era diviso

tra gli umani, ed equamente,

ogni cosa, tra la gente.

Uomo

Tutto il pane e poi la pizza

noi lo mettevamo in lizza;

per aver tanto petrolio

noi davamo l’antipolio.

Ogni guerra era un disastro,

lo diceva Fidel Castro. (fa una faccia disgustata)

Quello poi, un altro tiranno,

mille morti sol l’altr’ anno.

Ogni giorno, ogni mattina,

si dovea trovar benzina,

e anche lì, alla Casa Bianca,

sia alla destra che alla manca,

c’era sempre un lavorio,

un frusciare, un tramestio,

per potere accaparrare

ogni goccia dal gran mare,

e il petrolio conservare,

per cent’ anni far durare.

Donna

Ma ho sentito, dica, è vero,

or mi dica e sia sincero:

che ai suoi tempi, veramente,

fu la cosa più importante;

si faceva tutto quanto,

dal petrolio, per incanto.

 

Uomo

Certo, è vero e sacrosanto;

il petrolio era un portento.

Donna

Ah… una cosa debbo dire,

scusi tanto per l’ardire;

una volta il mio papà,

con la mamma tempo fa,

sono andati a rovistare,

in discarica a scavare,

e trovaron dei sacconi,

grandi, enormi, ben ciccioni;

e lì dentro, tutti intatti,

lindi, belli e immacolati,

tanti oggetti plasticati

che avevate conservati;

tutti belli colorati:

rossi, gialli ed azzurrati,

dal petrolio ricavati.

Uomo

Ah… fu un caso fortunato…

un segnale di quel fato…

Dal petrolio derivava,

ogni cosa originava,

tutto in plastica mutato,

ed al mondo poi venduto:

tappi, sedie e poi bottiglie,

cinghie, cordoli e conchiglie,

gonne, bambole e cappelli,

carta, sacchi e manganelli,

per il golf le mazze e palle,

macchinette rosse e gialle,

la moquette e i fazzoletti,

l’aspirina ed i confetti,

poi gli occhiali e batterie,

carri armati e artiglierie,

pizze, torte e calamari,

conservanti alimentari,

shampoo, colla e le stampanti,

dentifrici e coloranti,

scarpe, smalto e mattonelle,

deodoranti per la pelle,

gnomi, funghi e insalatine,

bombolette e medicine,

zuppa, granchi e caminetti,

poi le sfere e i cuscinetti,

il sapone per il gatto,

barche, slip, lenti a contatto;

ogni cosa, insomma, in fondo,

ogni oggetto a questo mondo,

era fatto col petrolio,

come il nailon ed il gasolio.

Donna

E’ davver stupefacente:

che faceva la sua gente ?

Eravate dipendenti,

dal petrolio discendenti ?

Uomo

Già, davvero, era una droga,

si correva di gran foga;

della plastica in bottiglia

beve l’acqua anche tua figlia;

poi si butta in un bidone

la mattina a colazione;

i biscotti in confezione

chiusi in carta plasticata,

di scadenza con la data;

poi il Natale in compagnia,

con la nonna e con la zia,

c’è un abete plasticato,

tutto verde illuminato;

e poi al Ringraziamento

il tacchino era un portento,

bello lucido e perfetto,

nella plastica e il fiocchetto.

Donna

Ma ho sentito un’altra cosa,

molto strana e spaventosa:

si provò a far bruciare,

il petrolio a consumare;

ma che strano veramente,

non capisco, certamente ?

Se il petrolio era una cosa

assai rara, assai preziosa,

bisognava aver rispetto;

io lo penso e lo sospetto.

Bruciavate anche i diamanti,

gli smeraldi tutti quanti ?

Uomo

No, no, no, no certamente;

tutta quanta la mia gente

si copriva anche le orecchie,

sia le pupe, che le vecchie,

con collane e braccialetti:

spille e anelli da tre etti

eran oggetti ricercati,

molto cari eran pagati;

e il petrolio era prezioso,

e scherzar certo non oso;

ma nessun si preoccupava

se benzina diventava

per le Ford e Cadillac:

si beveva… come l’acq.

Donna

E la puzza che inquinava ?

L’aria, l’acqua e anche la lava ?

Potevate respirare ?

C’era il rischio d’ammalare ?

Uomo

Dentro il naso e dentro agli occhi,

nei panini e nei balocchi,

quella puzza era di casa,

ogni cosa n’era invasa:

c’era puzza nelle strade,

ed in tutte le contrade.

Dentro alla televisione,

negli stati dell’Unione:

Alabama e Carolina

puzza nuova ogni mattina.

California e Colorado

puzza, schifo e un gran degrado.

In Alaska e Minnesota

non si salva più una trota.

Dalle Hawaii alla Florida

tutti levano le grida.

In Georgia e poi in Indiana

non c’è manco una banana.

Idaho e Mississippì

fanno nera la pipì.

E nel Maine e nel Dakota

non si trova una carota.

Nel Nebraska e nel Nevada

tutti vivono per strada.

In Virginia ed in Montana

è venuta giù una frana.

Era certo un grande disastro

…lo diceva Fidel Castro. (fa un gesto interrogativo con

la mano e con il viso a significare “Ma che

cavolo sto dicendo ? “ )

Donna

Quella puzza era un allarme:

lo sapevan anche le tarme.

La natura vi invocava,

“State attenti” vi diceva.

 

Uomo

Ci fu un certo gran convegno

( eravam teste di legno ),

una specie di riunione,

una grande convenzione:

tanti fisici e scienziati,

grandi geni illuminati;

da ogni parte eran venuti,

ed a Kyoto convenuti.

Furon lì quaranta ore,

con in mano il loro cuore,

a lanciare allarmi e appelli,

con le mani nei capelli;

tutti attenti e preoccupati,

a stilare dei trattati

che la terra a poco a poco,

e non era certo un gioco,

lentamente si asfissiava,

su dal Polo fino a Giava;

ci stavamo avvelenando,

alla morte ognun marciando.

Donna

Ed allora ? Che faceste ?

Era peggio della peste ?…

Uomo

Quella puzza maledetta…

la mia gente era costretta

ogni ora a respirare,

senza nulla poter fare;

a milioni si ammalava,

a milioni si moriva,

e nessuno ci diceva

che il petrolio ci inquinava.

Tutti i medici e i dottori,

sia degli Usa che di fuori,

ci parlavano dell’asma,

che era tutto un gran marasma;

che avevamo le allergie,

che avevamo le manie.

Pensa un po’ che c’era gente,

qualcheduno dipendente,

per andare a lavorare

solo in macchina può andare:

venti o trenta e anche sessanta,

di chilometri od ottanta,

chiusi dentro alle vetture

come bare nere e scure;

sempre tristi ed incazzati,

silenziosi ed imbronciati.

Donna

Il petrolio si bruciava

ed ognun si rattristava !

Ma non trova ch’era strano,

un evento raro e insano ?

Uomo

Ci piaceva il nostro mondo,

giusto, saggio e verecondo;

e viaggiare per lavoro

non ci dava alcun decoro.

Ma eravamo assai sicuri

ch’eran peggio gli alti muri

di quei immensi grattacieli

che salivano nei cieli.

 

Donna

Una cosa non mi è chiara

(e per voi forse è una tara):

vi piaceva il vostro mondo ?

Andavate sempre in tondo ?

Moto, macchine e vacanze,

con gli hamburger nelle panze;

scorrazzare sempre in giro

imitando un ricco emiro;

giochi, balli e casinò,

whisky, gin, birra a gogò. (piccola pausa)

E il petrolio si esauriva,

la sua scorta si finiva;

ma non c’era mai nessuno,

uno illustre che, a digiuno,

vi potesse organizzare,

per potere poi trovare

una nuova alternativa:

energia forte e viva,

da poter sostituire

e poi farvi divertire ?

 

Uomo

Eh lo so, questo è pur vero,

devo essere sincero;

ma eravamo americani,

bravi sol a menar le mani.

Temevamo di cambiare,

temevamo di impazzire.

Donna

Che vuol dire “Americani”,

che voi siete “Americani” ?

Uomo

E’ un po’ dura la risposta,

e parlarle un po’ mi costa.

Ho paura, non lo nego;

ma ora, adesso, me ne frego. (piccola pausa)

Ogni cosa è ormai finita

ed è persa la partita.

(l’uomo fa una lunga pausa, sospira profondamente e…)

E’ una storia molto antica,

certo non lo nego mica,

che partì dall’Inghilterra,

quella nostra amica terra:

ci fu un Padre Pellegrino

che una volta, un bel mattino,

disse a un caro suo compagno:

Mi son rotto, non guadagno;

ho sentito di un bel posto,

me lo ha detto un tipo tosto,

che l’America si chiama

dove è facile aver fama.

E’ una landa sconfinata.

da gran fiumi attraversata;

tante belle praterie

dove far le scorrerie;

poi c’è l’oro e c’è l’argento,

tutto insomma un gran portento,

pieno zeppo di tacchini,

di bisonti e mandarini”.

Ed insomma, tira e molla,

metton su legno e la colla

e alla sera, con la zuppa,

è già pronta la scialuppa,

e con quella, in mezzo al mare,

sono in cento a traversare,

e sul suolo degli indiani

han già fatto i loro piani.

S’è già sparsa poi la voce,

han piantato già una croce.

Donna

E’ una storia affascinante,

è un racconto entusiasmante.

Uomo

Freni, zitta, stia in campana,

ci vorrà una settimana

a narrare tutti i fatti,

e ci prenderan per matti.

Donna

Io c’ho tempo, non ho fretta,

e nessuno poi mi aspetta.

Uomo

Bene, ochei, ora vò avanti,

zitti, attenti tutti quanti. (al pubblico)

Beh… dicevo, che all’arrivo

ogni padre è assai giulivo:

è una terra benedetta

e per tutti c’è una fetta.

Da quel giorno è cominciata

la rovina irrefrenata.

Ogni passo è ben segnato

da un progetto calcolato;

qui si aprirono le porte

alla cultura della morte.

Donna

Ma in quel dolce paradiso

era meglio che il sorriso

fosse il vero passaporto,

e che il vostro grande torto

non venisse ricordato,

dalla storia riportato ?

Uomo

Certo, è vero, ed ha ragione,

ma la grande esplorazione

fece in modo che la mente,

e anche il cuore certamente,

arraffassero di tutto:

bello, grande o molto brutto;

e per fare tutto questo

era giusto ogni pretesto.

Fu una lenta distruzione

per fondare una nazione. (piccola pausa)

 

Prima vennero gli Indiani

cui legarono le mani:

gli rubaron cervi e cerve,

chiusi poi nelle riserve.

Poi comprarono gli schiavi

in catene sulle navi.

Quindi contro i messicani

a ringhiare come cani;

bombe e guerre coi francesi,

gli spagnoli e poi gli inglesi.

Con la grande ferrovia,

quella lunga e grande via,

arrivarono i cinesi

lavorando cento mesi.

Guerre e sangue ogni dieci anni,

tutto il mondo ebbe dei danni.

Poi le due guerre mondiali,

carri armati e generali;

la campagna della Cina:

una gran carneficina.

Filippine e la Corea,

malattie e la diarrea.

Costarica e il Medio Oriente

i soldati chi li sente;

Indonesia e Guatemala

fai la buca con la pala;

Vietnam e Congo Belga,

Cuba, Ghana ed Uruguay,

Cile, Haiti e poi il Brasile,

Equador e la Bolivia,

Libia, Angola e lo Zaire,

Nicaragua e anche l’Iraq,

Bulgaria e Suriname,

Panamà e Afghanistan,

Da New York a Bogotà… (pausa)

Una striscia di terrore,

sangue e grande mal di cuore,

e all’interno altri conflitti:

Ku klux klan e i derelitti;

c’è a decidere una corte

della vita o della morte:

sedia elettrica o iniezione,

a seconda delle zone.

Armi e bombe dappertutto,

le famiglie sempre in lutto;

ogni cosa poi finisce

con il drappo a stelle e strisce.

Le parate e le fanfare,

tutti in piedi ad applaudire:

trombe, squilli e poi i tamburi,

far veder quanto siam duri;

dimostrare al mondo intero

che l’America, davvero,

vive sol di libertà,

uguaglianza e verità.

Donna

Non sapevo queste cose;

io pensavo a fiori e a rose.

Lo leggevo su un trattato,

su un scaffale ritrovato.

Uomo

Lasci perder per favore,

o mi piange forte il cuore.

Donna

Mah… torniamo all’intervista

(sono in fondo giornalista):

mi han parlato in esclusiva

di una grande alternativa,

per l’idrogeno impiegare

e l’economia salvare;

ma ho scoperto poi via via,

ci voleva un’energia

per l’idrogeno ottenere,

costi enormi a sostenere.

Uomo

Già è così, è proprio vero;

credevamo per intero

a chi parlava dal governo,

in estate e anche in inverno,

che l’idrogeno serviva

e il petrol sostituiva.

Ma era stupida la gente,

non capiva proprio niente.

Sempre ottusa e più ignorante,

le speranze erano infrante.

Poi il petrolio era finito,

tutto quanto era esaurito;

e l’idrogeno mancava

tutto a rotoli già andava.

Fu così che un venerdì

il bel sogno poi finì

(c’era ancora mamma mia),

fu la grande carestia.

Donna

E finirono i piselli,

i tacchini e i pollastrelli;

niente burro e noccioline,

né aragoste o cipolline.

Le patate e i cetrioli,

i branzini ed i sottoli;

né una cozza, né un’arsella,

niente tracce di nutella.

 

Uomo

Fu una storia brutta e triste:

per la spesa niente liste.

Si assalivano i mercati

per trovare i surgelati.

C’era gente con la lancia

per riempirsi un po’ la pancia.

Con i mitra e le pistole

per rubare tre nocciole.

Coi bastoni e i manganelli

per un piatto di piselli.

Dentro un campo fino a tardi

per accaparrar due cardi.

Una volta ho visto a un cane

strappar via due melanzane,

e una sera, anche a mio nonno,

gli fregarono il suo tonno.

Era insomma un guazzabuglio,

un disastro, un grande intruglio;

poi ogni cibo fu esaurito:

s’era infranto il grande mito.

Niente caldo nelle case

(scriva bene questa frase), (la donna prende appunti)

la catastrofe imminente,

tanti morti tra la gente.

Donna

Ma che storia, che tragedia,

non rimase più una sedia; (indica il cartone sulla quale

è seduta)

però ho un dubbio e c’ho un’idea

(io non son certo una dea),

mi è venuta una teoria,

una specie di mania:

su quel vostro gran disastro

non c’entrava forse l’astro ? (punta l’indice in alto)

Dico il sole, la gran stella,

amavate molto quella ?

Tutto il giorno all’aria aperta

senza usare una coperta,

per l’inverno eliminare

e il petrolio consumare;

per la Terra riscaldare

per potervi poi abbronzare.

Uomo

No, no, no, no certamente,

il sole no, non c’entra niente;

ne avevamo assai paura;

avevamo una gran cura

di star dentro ai nostri uffici

rintanati come mici;

le finestre sigillate,

le persiane riparate.

Tutto ermetico e sicuro

nel marsupio di un canguro.

Si filtrava l’acqua e l’aria,

pel terror d’una malaria;

tutto igienico e perfetto,

dal cortile fino al letto.

Eravamo preoccupati,

per non essere ammalati,

di pulire ogni pertugio,

ogni cosa, senza indugio.

Pulivamo i nostri occhiali

per paura dei maiali;

pulivamo i cellulari

per paura dei templari;

alcol dentro i gabinetti

nelle scarpe, nei calzetti;

poi lo zolfo giù in cantina,

nei salami, e la farina.

C’è una cura portentosa

per l’igiene d’ogni cosa.

Per i preti, era perfetta,

c’era l’acqua benedetta.

Al general, sull’ammiraglia,

c’era il pan con la mitraglia.

Il politico venale

mangia carta…elettorale.

L’industriale, ad ogni mese,

banconote e maionese.

Tutto insomma programmato,

bello a posto e immacolato.

Avevamo fatto in modo,

ed un po’ ora mi rodo,

di aver fatto un altro mondo

piatto e dritto, non più tondo;

era estranea la natura,

un’intrusa mai sicura.

Verdi creme sulla pelle,

deodoranti a catinelle,

i cappelli sulla testa,

doposole in una cesta;

per noi il sole era un fastidio,

ed un po’ oggi vi invidio.

Anche il freddo era un disastro,

lo diceva Fidel Castro, ( sempre gesto e viso a

significare “Ma che cavolo

dico” )

ed al sud noi si emigrava,

dove mai non nevicava;

ma anche qui, ed ovviamente,

non ci andava bene niente:

l’afa e il caldo dappertutto

ci bruciavano il prosciutto.

Ghiaccio, fresco e frigider,

congelato anche il bittèr;

ed ancora i surgelati,

le aragoste ed i gelati;

tutto costa in energia,

la benzina vola via.

Sempre più raffreddamento,

sempre condizionamento,

e il petrolio su alle stelle

sempre sulla nostra pelle.

Donna

E la storia nucleare ?

Fu davvero un brutto affare !

 

Uomo

Alla gente si diceva,

si giurava e prometteva:

l’energia dal nucleare

era ottima da fare.

Senza costi garantita,

Quasi quasi gratuita.

Bush il terzo poi arrivò,

e la cosa incrementò.

Nucleare dappertutto:

le banane ed ogni frutto,

i carciofi nucleari

grandi come lampadari,

e le angurie nucleari

si cacciavan nei safari,

le carote nucleari

eran alte come fari.

Nucleari anche i piselli,

anche i ceci e i cavatelli.

Pensi lei che un sol melone

stava dentro un capannone,

e le nostre melanzane

le si usavan per campane,

mentre spigole e branzini

grossi come maialini.

Avevamo tortellini

lunghi più degli Appennini;

per tenere quattro fave

ci volevano due cave;

e per due frittelle cotte

non bastavano sei grotte.

Vidi poi, scriva, un banano (fa un gesto di invito a

scrivere )

grande come un aeroplano;

ed ancora poi una pera

mi sembrò una mongolfiera.

Ma la cosa strabiliante,

incredibile, eclatante,

il dì del Ringraziamento

c’era in sala un monumento:

alto su fino al soffitto

il tacchino era salito;

poi mia madre aprì il bestione

e fu una rivelazione:

nella pancia, intero e sano,

c’era… il duomo di Milano.

Donna

Scrivo, annoto tutto quanto: (scrive sul taccuino)

il servizio è già un portento;

spero d’essere famosa…

ma mi dica un’altra cosa:

ho saputo che in quegli anni,

tra alti e bassi ed i malanni,

eravate sei miliardi.

Mangiavate spesso i cardi ?

Non capisco, non lo vedo,

tanti morti…non lo credo.

Oggi, adesso, in ‘sto momento,

come dice il censimento,

noi dal Polo fino in Sila,

siam trecen cinquanta mila. (fa un numero con le dita)

L’uomo è forse in estinzione ?

Via da la circolazione ?

Uomo

Non c’è più preoccupazione:

è risolta la questione.

Lei continui a ricercare,

e la plastica trovare.

Lei è una brava giornalista,

è la prima della lista. (afferma forte con la testa)

Donna

Ho per lei un’altra domanda,

se all’inferno non mi manda:

come è stato il Gran Disastro,

quell’enorme e brutto impiastro:

come ha fatto a non perire,

come ha fatto a sopperire ?

Fu una gran calamità

che annientò l’umanità.

Uomo

Ero in viaggio per lavoro,

ero in auto, in un traforo:

la montagna si spaccò

e una via mi procurò.

Mi trovai in una caverna,

senza cardi e amaro averna;

ma alla fine nella grotta

trovai dentro una marmotta;

era un caro animaletto,

molto sveglio e d’intelletto;

e da quella bestiolina

imparai ogni mattina

tutto di sopravvivenza:

feci il fuoco e poi una lenza, (elencando)

gettai via i miei scarponi

e pescai solo salmoni.

Ogni giorno alla marmotta

porto il pesce nella grotta,

e l’amico roditore

mi ricambia con gran cuore:

ghiande, more e noccioline,

tante buone cosettine.

(pausa e poi profondo sospiro)

Poi passò un’eternità…

sono vivo… eccomi qua. (aria rassegnata)

Donna

Sono un poco anche arrabbiata,

poi delusa e contrariata,

per il fatto ormai acclarato

del petrolio consumato.

Con il freddo, per scaldare,

ci dobbiam sempre arrangiare;

una volta, tra le tante,

ci scaldò un elefante;

ma la puzza era bestiale; (pausa)

poi una cacca… colossale. (allargando le braccia con la

faccia schifata)

Uomo

Non lo nego, lo capisco,

e bisogna dirlo al fisco,

che le tasse sul calore

si dovrebbero abolire,

perché, sa, senza ragione,

fu la mia generazione

a sprecare l’oro nero;

debbo essere sincero.

Donna

Lo so, creda, e non sia affranto,

ho capito tutto quanto;

non ho altro da ridire… (pausa)

la candela va a finire… (indica la candela )

Uomo

Eh, si, sono sconsolato,

e quel tempo è ormai passato;

forse è stato il più tremendo,

ed io conto me ne rendo.

C’era stato, si, qualcuno,

un po’ alla Giordano Bruno,

che lanciò degli anatemi,

che diceva: “Siete scemi

a distruggere la Terra,

fare sempre e sol la guerra.

Guai a voi, anime prave, (alza una mano verso il cielo, come Martin Lutero)

non vedete che una trave

vi è cresciuta dentro a un occhio:

qui finisce in un pastrocchio !

C’era qualche disperato

che un allarme avea lanciato:

per le bimbe ed i bambini (declamato, tono alto)

fate solo pannolini.

Per il mondo e il suo futuro

è importante, e più sicuro,

metter via l’avidità,

l’oro e la disonestà.

Lei mi scusa e mi perdona ?

Può mandarmi pure in m…

Già… fu tanto l’egoismo,

solo poi il colonialismo

a dettare i nostri passi.

Eravamo ricchi e grassi,

noi del mondo i poliziotti,

con le lobby i più corrotti;

amavamo la bandiera,

il petrolio e la carriera,

e avevamo ormai scordato

le bellezze del creato.

(pausa)

Scusi ancora, mi dispiace;

ora il mondo vive in pace,

e son certo, son sicuro,

per un vostro bel futuro,

voi farete certo meglio,

voi vivrete certo meglio.

La luce si spegne, parte una musica di chiusura, scende il sipario.

Fine

sabato, 6 Dicembre 2025
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