AUSCHWITZ
paul sark
“…e la poesia nacque ad Auschwitz”
performance multimediale in sette passi,
liberamente ispirata a
La Tregua di Primo Levi, del 1963
bisbidis, edizioni d’arte
Luglio 2007
A coloro cui
sono stati rubati
i sogni,
i desideri,
le emozioni
Il Cibo, la Notte, il Treno, gli Uomini,
le Donne, i Luoghi, le Parole
NARRATORE (al pubblico)
Il filosofo tedesco Theodor Adorno ha affermato che dopo Auschwitz non sarà più possibile fare poesia, se non su Auschwitz…
A voi le risposte…
Benvenuti, grazie di essere qui…sarete protagonisti anche voi di questo viaggio…nel tempo e nella memoria, attraverso il Cibo, la Notte, il Treno, i Luoghi…
CESARE
…gli Uomini…
VOCE
…le Donne…
GRECO
e le Parole…
NARRATORE
…chi ha già letto LA TREGUA, di Primo Levi, avrà forse modo, in una chiave nuova, di riprovare emozioni, ritrovare personaggi, riscoprire luoghi ed atmosfere.
Per coloro che ancora non si sono avvicinati all’opera, questa serata potrà costituire stimolo originale per immergersi poi in uno dei capolavori della letteratura di memoria del nostro tempo.
Chi ha già letto il libro ? (chiede al pubblico )
Data la natura degli argomenti trattati si avvisa il pubblico che alcuni
passi di questa performance saranno piuttosto crudi e violenti…
CESARE (prendendo degli oggetti dal tavolino)
Io c’avrei qualcosa da vendere ai lor signori…
GRECO (interrompendolo)
Non credo sia il caso…adesso
NARRATORE
Bene…vediamo un po’…nei primi giorni del 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Nell’infermeria di Buna – Monowitz eravamo rimasti in ottocento. La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 Gennaio del 1945.
Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie dalla bruttura che vi giaceva. Questo è il tremendo privilegio della mia generazione e del mio popolo, poiché nessuno mai ha potuto meglio cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio.
VOCE (MUSICA carillon)
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare, mangiare, raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando all’alba: “ WSTAWAĆ “ ;
E si spezzava in petto il cuore.
NARRATORE
E’ stolto pensare che la giustizia umana estingua l’offesa. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne, e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale. Come negazione, come stanchezza, come rinuncia.
VOCE
Ci deposero dal carro le braccia robuste di due infermiere sovietiche: “PO MALU, PO MALU” (adagio, adagio); furono le prime parole russe che udii. Erano due ragazze energiche ed esperte, Ci condussero in uno degli impianti del Lager che era stato sommariamente rimesso in efficienza; ci spogliarono, ci fecero cenno di coricarci sui tralicci di legno che coprivano il pavimento, e con mani pietose, ma senza tanti complimenti, ci insaponarono, strofinarono, massaggiarono e asciugarono dalla testa ai piedi.
NARRATORE
Io giacevo in un torpore febbrile, cosciente solo a mezzo, assistito fraternamente da Charles, e tormentato dalla sete e da acuti dolori alle articolazioni. Un giorno fui issato sul carretto che abbandonava il campo. Mentre il lento passo dei cavalli mi trascinava verso la libertà, sfilarono per l’ultima volta, sotto i miei occhi, le baracche dove avevo sofferto e dove mi ero maturato, la piazza dell’appello, la forca ed il gigantesco albero di Natale, e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione “ARBEIT MACHT FREI”, IL LAVORO RENDE LIBERI.
AUSCHWITZ, ZMERINKA, KATOWICE, STARYJE DOROGHI, LEOPOLI, IASI, ARAD, ALBA IULA, HODMEZOVASARHELY, BUDAPEST, VIENNA, BRATISLAVA, MONACO, GARMISCH,
INNSBRUCK, BRENNERO, BOLZANO, TRENTO, VERONA, MILANO, TORINO…
NARRATORE
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava…
CESARE
…ah…perché noi eravamo nessuno…
GRECO
…Già…noi non siamo stati niente…per te…
NARRATORE
…ma no...no…dicevo a Torino…nessuno mi aspettava…ormai…a Torino, dopo tanto tempo...voi…voi no…siete stati tra i più cari, tra quanti ho conosciuto…in quell’inferno…
VOCE
…assieme ad alcune donne, naturalmente…
NARRATORE (informale)
Naturalmente, naturalmente…ma scusate, scusate…vi presento…
Ecco questo è Cesare, viene da Roma (Cesare si alza dalla sedia e manda un saluto verso il pubblico), e quello è il Greco, Mordo Nahum, (il quale abbassa la testa e si pone la mano destra sul cuore)…e poi…poi le donne…poi ci sono le donne… (indica la Voce, che sorride)
VOCE (ironica)
Ah…se non ci fossero le donne…
CESARE
Ecco…tutte uguali…ma dove andreste senza di noi…
GRECO
Basta blaterare…basta parole…le donne…gli uomini…
Parole tutti sanno dirne…come quella volta delle scarpe…(pausa)
Io avevo la febbre a quaranta, e non capivo se era giorno o se era notte: ma una cosa capivo, che mi occorrevano scarpe e altro; allora mi sono alzato, e sono andato fino al magazzino per studiare la situazione. E c’era un russo col mitra davanti alla porta: ma io volevo le scarpe, e ho girato dietro, ho sfondato una finestrella e sono entrato. Così ho avuto le scarpe…questa è previdenza, (al Narratore) e la tua è stupidità…non tenere della realtà delle cose…
NARRATORE
Si…si…Mordo…hai ragione, ma adesso vorrei parlare a loro del viaggio, del nostro viaggio, del treno, delle città, del cibo, della notte, degli uomini e delle donne che ci accompagnarono, da Auschwitz a Torino…
CESARE, GRECO, VOCE (all’unisono)
Città, donne, cibo, notte, treni, uomini…
NARRATORE
Insomma, la mattina del 28 Gennaio di quel ’45 ci portò i primi segni di libertà. Giunse una ventina di civili polacchi, uomini e donne…
VOCE
Donne, donne…soprattutto donne…
NARRATORE
…donne e uomini che si misero ad armeggiare per mettere ordine e pulizia fra le baracche… e verso mezzogiorno arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e fuggì come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato in pochi minuti, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti i recessi del campo, dove si annidavano i superstiti.
CESARE
Brutta cosa, la fame…come quella volta che i tedeschi, sgomberando il campo in gran fretta, avevano sparso sulla strada una buona quantità di alimenti in scatola…
Molte scatole si erano conficcate nel fango e nella neve, senza sfasciarsi, e a notte, Henek era uscito con un sacco e aveva radunato un tesoro di scatole deformate, appiattite, ma ancora piene: carne, lardo, pesce, frutta, vitamine…
GRECO
In un luogo chiamato Szczakowa la Croce Rossa polacca aveva istituito un meraviglioso servizio di cucina calda: si distribuiva una zuppa abbastanza sostanziosa, a tutte le ore del giorno e della notte, a chiunque si presentasse…patate, cipolle, fagioli…come quella (
NARRATORE
…solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, per cercarvi qualcosa da mangiare oppure da intascare presto e vendere per avere del pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento e di paura.
(pausa)
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio…
VOCE
Ma venne la notte, i compagni ammalati si addormentarono del sonno dell’innocenza, poiché erano al Lager da un solo mese, e ancora non avevano assorbito il veleno…
CESARE
Il locale a cui tu fosti assegnato era una camerata buia, enorme, piena fino al soffitto di sofferenze e lamenti.
Tu ci trascorresti solo una notte, e per te, al mattino, fu un incubo: i cadaveri nelle cuccette, o abbandonati scomposti sul pavimento, si contavano a dozzine.
GRECO
Una delle prime notti in treno fu per tutti noi una notte terribile, forse la peggiore dell’intero nostro esilio. Tu me ne parlasti, e ci trovammo d’accordo nella decisione di stringere sodalizio, allo scopo di evitare con ogni mezzo un’altra notte di gelo, a cui sentivamo che non avremmo sopravvissuto.
NARRATORE
La prima volta a Cracovia…
Era ormai notte. Contrariamente a quanto il maresciallo aveva voluto farci credere, all’interno della caserma regnava la più sontuosa abbondanza: c’erano stufe accese, candele, lampade a carburo, da mangiare e da bere, e paglia per dormire…
CESARE
A notte alta saltò fuori non so di dove un fiasco di vino. Fu un colpo di grazia…
NARRATORE
Per me tutto naufragò celestialmente in una calda nebbia purpurea, e riuscii a stento a trascinarmi carponi fino alla lettiera di paglia che gli italiani, con cura materna, avevano preparato in un angolo per il greco e per me…
VOCE
A Szczakowa le sorelle polacche della Croce Rossa vi offrirono una zuppa calda, e come scese la notte, vi disponeste a dormire per terra, nel bel mezzo della sala d’aspetto, poiché tutti i posti perimetrali erano già occupati…
CESARE
…o quella volta, a Proskurov, sempre nella sala d’aspetto della stazione, quando verso mezzanotte, mentre le due sorelle di Minsk ci raccontavano la loro storia, la porta si spalancò improvvisamente, e sulla soglia apparve un soldato russo, giovanissimo, ubriaco. Si guardò dapprima intorno con occhi vaghi, poi partì davanti a sé a testa bassa. Nel corridoio stavano tre ufficiali, assorti in colloquio. Il soldatino, giunto alla loro altezza, frenò, si irrigidì sull’attenti, salutò militarmente, e i tre risposero dignitosamente al saluto. Poi ripartì a semicerchi come un pattinatore, infilò la porta che dava all’esterno, e lo si udì vomitare e singultare rumorosamente sulla banchina. Rientrò, risalutò i tre ufficiali e sparì.
Dopo un quarto d’ora la scena si ripeté uguale: ingresso, frenata, saluto, uscita, scarico, ritorno e sparizione, e così di seguito, ad intervalli regolari, per tutta la notte…
GRECO (prendendo il coltello)
…a Starje Doroghi, è notte. Un marinaio russo sta raccontando…tutto è silenzio, strizza gli occhi e indica l’orizzonte: laggiù, lontano lontano, sono i tedeschi; si abbassa a terra, scava con la mano una piccola fossa rotonda nella sabbia, e vi pone cinque stecchi coricati: sono i tedeschi; e poi un sesto stecco piantato obliquo: è la “mascina”, la mitragliatrice. I tedeschi dormono, e non sanno cosa li aspetta.
Che ha fatto ? Si è avvicinato, cauto come un leopardo, poi, di scatto, è balzato dentro il nido estraendo il coltello: e ripete, ormai tutto perduto nell’estasi scenica, i suoi atti di allora. L’agguato, la mischia fulminea ed atroce; l’uomo, dal volto trasfigurato da un riso teso e sinistro, si tramuta in un turbine: salta avanti e indietro, colpisce davanti a sé, ai fianchi, alto, basso, in una esplosione di energia mortifera; ma è un furore lucido; la sua arma, un lungo coltello che ha cavato dallo stivale, penetra, fende, squarcia con ferocia e insieme con tremenda perizia, un metro davanti alle nostre facce.
NARRATORE
Alla fine di uno spettacolo alla Casa Rossa, sempre a Starje Doroghi, arrivò il telegramma tanto atteso: “Domani si va a casa”, e quella volta fummo noi italiani, attori, spettatori e comparse, a travolgere in un attimo i russi esterrefatti, che nulla avevano compreso di quella scena non prevista dal copione. Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormì: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate.
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio…
…per la notte ritrovai un letto largo e pulito che (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso…
VOCE (MUSICA cembalo)
I treni spesso
scappano dalle mani dei bambini
senza fretta senza orario
i treni spesso
non nascondono bagagli e addii orizzontali
e gli altoparlanti hanno tutti i colori dolci e avidi
della neve sconosciuta
e delle parole appassite dei corvi
i treni spesso
partoriscono bambole di stoffa e zaini
in una sala d’aspetto
e si riempiono di zucchero finto
e di frustate di cioccolata
i treni spesso
trasportano vecchie lettere
di quelle che non arriveranno mai
CESARE
L‘attesa era interminabile; avevamo fame e freddo, ed eravamo costretti a stare in piedi o a sdraiarci nella neve, perché a perdita d’occhio non si vedeva un tetto né un riparo. Doveva essere pressappoco mezzogiorno quando, annunciato da lontano dall’ansito e dal fumo, si tese caritatevolmente verso di noi la mano della civiltà, sotto forma di uno striminzito convoglio di tre o quattro carri merci, trainati da una piccola locomotiva, di quelle che in tempi normali servono a manovrare i vagoni all’interno delle stazioni.
GRECO
Il treno viaggiava lentamente. Comparvero a sera villaggi bui, apparentemente deserti; poi scese una notte totale, atrocemente gelida… senza luci in cielo né in terra.
Solo i sobbalzi del vagone ci impedivano di scivolare in un sonno che il freddo avrebbe reso mortale. Dopo interminabili ore di viaggio, forse verso le tre di notte, ci arrestammo finalmente in una stazioncina sconvolta ed oscura.
CESARE
Il treno ripartì, e con un tragitto tortuoso e vago ci condusse in un luogo chiamato Szczakowa…
NARRATORE
Ripartimmo il pomeriggio, c’era il sole, ma il nostro povero treno si fermò al tramonto, in avaria: rosseggiavano di lontano i campanili di Cracovia.
Il macchinista annunciò: “Machina kaputt”.
Così lasciammo il treno ed i compagni perplessi, che non avremmo più dovuto rivedere, e ce ne partimmo a piedi, alla ricerca del Consorzio Civile.
VOCE
Da Cracovia partimmo poi per Katowìce.
Fu un viaggio labirintico, che durò tre giorni, con soste notturne in luoghi assurdamente lontani dalla congiungente fra i due estremi: un viaggio di gelo e fame, che ci condusse il primo giorno in un luogo detto Trezebinia. Qui il treno si arrestò, ed io scesi sulla banchina per sgranchirmi le gambe intorpidite dal freddo. Forse ero fra i primi vestiti da”zebra” a comparire in quel luogo: mi trovai subito al centro di un fitto cerchio di curiosi, che mi interrogavano volubilmente in polacco.
GRECO
Sostavano a Katowìce lunghissimi convogli di carri merci adibiti a tradotta: erano attrezzati per viaggiare mesi, forse fino al Pacifico, ed ospitavano alla rinfusa, a migliaia, militari e civili, uomini e donne, ex prigionieri, tedeschi a loro volta prigionieri; e inoltre merci, mobilia, bestiame, impianti industriali smobilitati, viveri, materiale bellico, rottami. Erano dei villaggi ambulanti: alcuni carri contenevano quanto appariva un nucleo familiare, uno o due paia di letti matrimoniali, armadi, tavoli e sedie…
CESARE
Partì alla metà del Giugno del 1945 quel treno carico di speranza. Non c’era alcuna scorta, nessun russo a bordo; responsabile del convoglio era il dottor Gottlieb. Ci sentivamo in buone mani, lontani da ogni dubbio o incertezza: a Odessa ci aspettava la nave.
NARRATORE
Il treno percorreva pianure coltivate, città e villaggi foschi, foreste dense e selvagge che credevo scomparse da millenni, nel cuore dell’Europa; conifere e betulle talmente fitte che, per attingere la luce del sole, dalla reciproca concorrenza erano costrette a spingersi disperatamente all’insù, in una verticalità opprimente. Il treno si faceva strada come in galleria, in una penombra verde-nera, frammezzo ai tronchi nudi fittamente intralciati. Rzeszòw, Przemysl dalle truci fortificazioni, Leopoli.
VOCE
Il treno ripartì, e in poche ore giungemmo a Zmerinka, nodo ferroviario a 350 chilometri da Odessa. Qui ci attendeva una grossa sorpresa e una feroce delusione. Gottlieb, che aveva conferito con il comando militare del luogo, fece il giro del convoglio, vagone per vagone, e ci comunicò che tutti dovevamo scendere : il treno non proseguiva.
GRECO
Partimmo da Zmerinka alla fine di giugno, oppressi da una grave angoscia. Viaggiammo per due giorni e una notte con pochissime fermate, attraverso uno scenario maestoso e monotono di steppe deserte, di foreste, di villaggi sperduti, di lente e larghe fiumane.
Pigiati nei vagoni merci, si stava scomodi: alla prima sera, approfittando di una fermata, Cesare e Primo scesero a terra per sgranchirsi le gambe e trovare una migliore sistemazione.
NARRATORE
Notammo che in testa erano vari vagoni passeggeri, e un vagone infermeria: sembrava vuoto.
CESARE
“Perché non ci saliamo ?”
VOCE
Propose Cesare…
NARRATORE
“E’ proibito”, risposi io insulsamente…
CESARE
“Proibito ? e da chi ?
NARRATORE
Perché infatti doveva essere proibito ? Del resto avevamo già potuto constatare in varie occasioni che la religione occidentale del divieto differenziale, e tedesca in specie, non ha profonde radici in Russia.
GRECO
Il vagone infermeria non solo era vuoto, ma offriva raffinatezze da sibariti…
CESARE (con il gesto interrogativo della mano)
…Sibariti ? e chi sono ‘sti Sibariti ?
VOCE (con sufficienza e superiorità a Cesare) La prima colonia fondata dagli achei, popolo di stirpe dorica, proveniente dalla regione del Peloponneso che si affaccia sul golfo di Corinto e sullo Ionio, è Sibari, nel 720 a.C. circa. La floridezza di Sibari diventò nell'antichità un famoso luogo comune, a cui si accompagnarono numerose leggende e storielle, nelle quali sono facili da scorgere la propaganda, spesso velenosa, dei suoi avversari, o le giustificazioni a posteriori della sua fine. Ben nota era la fama dei Sibariti, molli, lussuriosi, e tanto pigri che, per legge, sarebbe stato proibito tenere galli nelle case, perchè‚ il loro canto avrebbe svegliato troppo presto la gente. Un altro segno della loro ricchezza è indicato in un racconto di Ateneo : ci sarebbero state delle tubature di argilla che portavano addirittura il vino dalla campagna in città.
CESARE (stupito)
…me coj….
GRECO
Insomma, stavo dicendo che il vagone infermeria era un vero lusso…
NARRATORE
…lavatoi, acqua e sapone, sospensioni dolcissime che attutivano le scosse delle ruote, meravigliosi lettini appesi a molle, completi di lenzuola candide e coperte calde…e poi un dono del destino: trovai addirittura un libro in italiano (prende in mano I RAGAZZI DELLA VIA PAL), che non avevo mai letto, da ragazzo…
(pausa)
VOCE
…e se ne andò anche lui, a passi lenti e strascicati. Boka lo seguì con lo sguardo e vide che si voltò indietro, fino a quando scomparve all’angolo della via. La piccola via Ràkos, la viuzza quasi ignorata che si trova poco distante dalla rumorosa via Ulloi percorsa dal tram a cavalli, rimase silenziosa, nel buio; si udiva soltanto il sibilo del vento, che faceva tintinnare i vetri dei lampioni a gas. Ogni tanto, una raffica più violenta li scuoteva tutti in fila, come se le oscillanti fiammelle si stessero trasmettendo qualche misterioso segnale. La via era deserta: non c’era che Giovanni Boka, il generale. E quando Giovanni Boka, il grande stratega, si guardò intorno e si vide solo, si sentì invadere il cuore da tanta tristezza che, appoggiandosi allo stipite del portone, scoppiò in un pianto disperato, che gli saliva proprio dall’anima…
NARRATORE
…già proprio un libro che parla di piccole e grandi amicizie, I Ragazzi della Via Pal, amicizie e avventure, come quelle che ho avuto la fortuna di condividere con questi due…(indica Cesare e il Greco)…
CESARE
…il treno varcò la Beresina alla fine del secondo giorno di viaggio, mentre il sole, rosso come un granato, calando obliquo fra i tronchi con incantata lentezza, vestiva di luce sanguinosa le acque, i boschi e la pianura epica, cosparsa tuttavia di rottami d’armi e di carriaggi. Il viaggio terminò poche ore dopo, in piena notte, nel culmine di un violento temporale.
GRECO
Il treno continuava a procedere verso nord: si inoltrava in una valle sempre più stretta, passò le Alpi Transilvane per il valico di Predeal il 24 settembre, in mezzo a severe montagne brulle, in un freddo pungente, e ridiscese a Brasov.
Qui la locomotiva venne staccata, e cominciò a svolgersi il cerimoniale consueto: gente dall’aria furtiva e feroce, con le accette in mano, in giro per la stazione e fuori; altri coi secchi, a disputarsi la poca acqua; altri ancora a rubare paglia dai pagliai, o a fare commerci coi locali; bambini sparsi intorno in cerca di guai o di saccheggi minori; donne a lavare o a lavarsi pubblicamente, a scambiarsi visite e notizie da vagone a vagone, a rinfocolare le liti rimuginate durante la tappa, e ad accenderne di nuove. Subito furono accesi i fuochi e si cominciò a cucinare.
VOCE
Ritornammo alla tradotta per passarvi la notte; durante la quale, con molte scosse e stridori, percorremmo pochi chilometri e ci trovammo trasferiti in un altro scalo: Vienna - Jedlersdorf. Accanto a noi emerse dalla nebbia un altro convoglio, anzi il cadavere tormentato di un convoglio: la locomotiva stava verticale, assurda, col muso puntato al cielo come se volesse salirvi, tutti i vagoni erano carbonizzati.
NARRATORE
Il 15 Ottobre, trentunesimo giorno di viaggio, attraversammo una nuova frontiera ed entravamo a Monaco, in preda ad una sconsolata stanchezza ferroviaria, ad una nausea definitiva di binari, di precari sonni su tavolati di legno, di sobbalzi, di stazioni…
VOCE
Per Garmisch giungemmo la sera al campo di sosta di Mittenwald, fra i monti, sul confine austriaco, in un favoloso disordine…
GRECO (Cesare, Voce e Narratore distribuiscono al pubblico alcuni cioccolatini)
Il giorno seguente il treno discese su Innsbruck, e qui si riempì di contrabbandieri italiani i quali, nella carenza delle autorità costituite, ci portarono il saluto della patria, e distribuirono generosamente cioccolato, grappa e tabacco…
CESARE
A notte fatta passammo il Brennero, ed arrivammo in Italia…
Il 17 Ottobre ci accolse il campo di Pescantina, presso Verona, e qui ci sciogliemmo, ognuno verso la sua sorte…
NARRATORE
…ma solo alla sera del giorno seguente partì un treno in direzione di Torino…
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio…
(pausa)
VOCE
Oswiecim, che i tedeschi chiamano Auschwitz, menzionata per la prima volta nel 1117, viene collegata nel 1179 a uno dei ducati della Slesia. Nel corso della storia, tedeschi e polacchi vi hanno convissuto pacificamente. Fin dal 1315 Oświęcim fu la capitale di un ducato indipendente. Nel 1327 divenne vassallo di Boemia. Nel XIV secolo molte persone lasciarono la città. Nel 1457 il re polacco Casimiro IV acquisì i diritti su Oświęcim. Gli ebrei, invitati dai monarchi polacchi a insediarsi nella regione, divennero la maggioranza della popolazione già nel XV secolo. Oświęcim divenne anche uno dei centri della cultura protestante in Polonia. Il poeta polacco Łukasz Górnicki nacque qui nel 1527. La città venne distrutta dalle truppe svedesi nel 1655. Quando la Polonia venne divisa, nel tardo tredicesimo secolo, Oświęcim divenne parte del Regno di Galizia e Lodomeria (una provincia austriaca). Nel 1772 venne a trovarsi vicina ai confini con la Russia e il Regno di Prussia. Dopo la prima guerra mondiale la città ritornò alla Polonia. Oggi è una città che conta circa 45.000 abitanti, ed è situata a circa 60 chilometri da Cracovia, nel Voivodato della Piccola Polonia dal 1999.
GRECO
La periferia di Cracovia era anonima e squallida. Le strade erano rigorosamente deserte: le vetrine delle botteghe erano vuote, tutte le porte e le finestre erano sbarrate o sfondate.
CESARE
Il campo di sosta di Katowìce, che ci accolse affamati e stanchi dopo una settimana di peregrinazioni col Greco, era situato su una piccola altura.
La popolazione di Katowìce ci guardava con simpatia, e ci era concesso ingresso libero sui tram e nei cinematografi.
NARRATORE
A Leopoli, città-scheletro, sconvolta dai bombardamenti e dalla guerra , il treno sostò per tutta una notte di diluvio.
GRECO
Zmerinka era un grosso villaggio agricolo, in altri tempi luogo di mercato, come si poteva dedurre dalla vasta piazza centrale, in terra battuta, con numerose file parallele di barre di ferro, atte a legarvi il bestiame per la cavezza. Ora era rigorosamente vuota: solo, in un angolo, all’ombra di una quercia, era accampata una tribù di nomadi, visione scaturita da millenni lontani.
NARRATORE
Staryje Doroghi fu una sorpresa. Non era un villaggio; o meglio, un minuscolo villaggio esisteva, in mezzo al bosco, poco discosto dalla strada: ma lo apprendemmo più tardi, e così pure apprendemmo che il suo nome significa “Vecchie Strade”. Invece, l’acquartieramento a noi destinato a tutti noi millequattrocento italiani, era un unico gigantesco edificio, isolato ai margini della strada, in mezzo a campi incolti e a propaggini della foresta. Si chiamava “Krasnyj Dom”, la Casa Rossa, e in effetti era rossa senza economie, di dentro e fuori.
VOCE
A Iasi, Romania, avvennero due fatti notevoli: ricomparvero dal nulla le due tedesche del bosco, e sparirono tutti i rumeni coniugati.
Andammo a zonzo per le vie deserte della città, fra basse case color del fango. Un unico tram minuscolo ed arcaico faceva la spola da una parte all’altra della città. Il bigliettaio mi informò che erano passati di lì parecchi altri convogli, carichi di reduci di tutte le razze: francesi, inglesi, greci, italiani, olandesi, americani.
CESARE
Attraverso campagne ancora estive, attraverso cittadine e villaggi dai barbarici nomi sonanti: Ciurea, Scantea, Vaslui, Piscu, Traila, Pogonaele. Procedemmo ancora per vari giorni verso sud, a minuscole tappe. Vedemmo sfolgorare, la notte del 23 Settembre, i fuochi dei pozzi petroliferi di Ploesti. Poi ancora verso nord, dove ammirammo, senza riconoscerli, i castelli di Sinaia, residenza regale.
GRECO
La sera del 26 Settembre, dopo aver percorso più di ottocento chilometri in terra rumena, eravamo alla frontiera ungherese, presso Arad, in un villaggio chiamato Curtici.
NARRATORE
Curtici era un villaggio agricolo di forse mille abitanti, e disponeva di ben poco; noi eravamo millequattrocento, e avevamo bisogno di tutto. In sette giorni, vuotammo tutti i pozzi; esaurimmo le scorte di legna, e arrecammo gravi ingiurie a tutto quanto la stazione conteneva di combustibile; delle latrine della stazione stessa è meglio non parlarne.
VOCE
Provocammo un pauroso aumento nei prezzi del latte, del pane, del granturco, del pollame; dopo di che, essendo ridotto a zero il nostro potere di acquisto, si verificarono furti di notte e poi anche di giorno. Le oche, che a quanto pareva costituivano la principale risorsa locale,
e che inizialmente circolavano libere per i viottoli in solenni squadriglie bene ordinate, sparirono completamente dalla circolazione.
CESARE
Se in Romania avevamo provato un delicato piacere filologico nel gustare nomi quali Galati, Alba Iula, Turnu Severin, al primo ingresso in Ungheria ci imbattemmo invece in Bekescsaba, cui fecero seguito Hodmezovasarhely e Kiskunfelegyhaza.
GRECO
Speravamo di passare dall’Ungheria all’Austria senza complicazioni di confine, ma non fu così: il mattino del 7 Ottobre, eravamo a Bratislava, in Slovacchia, in vista dei Beschidi, gli stessi monti che sbarravano il lugubre orizzonte di Auschwitz.
NARRATORE
A sera entrammo in terra tedesca; il giorno otto eravamo incagliati nello scalo merci di Leopoldau, una stazione periferica di Vienna, e ci sentivamo quasi a casa.
VOCE
La periferia di Vienna era brutta e casuale come quella a noi familiare di Milano e Torino. I passanti erano pochi: donne, bambini, vecchi. Cambiammo a caso il poco denaro che avevamo, ma fu inutile. Tutti i negozi erano chiusi, o vendevano solo generi razionati.
CESARE
“Ma che cosa si può comprare a Vienna senza tessera ?”
Chiesi ad una ragazzina, non più che dodicenne. Era vestita di stracci, portava tacchi alti, ed era vistosamente truccata.
VOCE
“Uberhaupt nichts“
CESARE
Mi rispose con scherno…
GRECO
Dopo tre giorni di manovre e di soste eravamo a Nussdorf, un altro sobborgo, affamati, bagnati e tristi.
NARRATORE
Ma la mattina dell’undici Ottobre il treno puntò decisamente a ponente, e con inconsueta rapidità attraversò St. Polten, Loosdorf e Amstetten, e a sera, lungo la strada che correva parallela alla ferrovia, apparve un segno, portentoso ai nostri sguardi come gli uccelli che annunciano ai naviganti la terra vicina: una jeep guidata da un nero, americano. Uno degli occupanti urlò: “Si va a casa, guaglioni…”
VOCE
La linea di demarcazione era dunque vicina; la raggiungemmo a St. Valentin, a pochi chilometri da Linz.
CESARE
Il 15 Ottobre entravamo a Monaco, in preda ad una sconsolata stanchezza ferroviaria…
GRECO
Errando per le vie di Monaco piene di macerie, mi sembrava di aggirarmi fra torme di debitori insolventi, come se ognuno mi dovesse qualcosa, e rifiutasse di pagare. Mi sorpresi a cercare fra loro, fra quella folla anonima di visi sigillati, altri visi, ben definiti, molti corredati da un nome, di chi non poteva non sapere, non ricordare, non rispondere; di chi aveva comandato e ubbidito, ucciso, umiliato, corrotto.
NARRATORE
Per Garmisch giungemmo la sera al campo di sosta di Mittenwald, fra i monti, sul confine austriaco, in un favoloso disordine.
VOCE
Il giorno seguente il treno discese su Innsbruck, e qui si riempì di contrabbandieri italiani…
CESARE
A notte fatta passammo il Brennero, che avevamo varcato verso l’esilio venti mesi prima…
GRECO
Passammo la prima notte in Italia, mentre il treno discendeva lentamente la val d’Adige, deserta e buia.
NARRATORE
Il 17 di Ottobre ci accolse il campo di Pescantina, presso Verona, e qui ci sciogliemmo, ognuno verso la sua sorte; ma solo alla sera del giorno seguente partì un treno in direzione di Torino.
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere…
VOCE
Sentii l’onda calda del sentirsi libero, del sentirsi uomo fra uomini, del sentirsi vivo, rifluire lontano da me.
Tutti avevamo sognato, nelle notti di Auschwitz, di parlare e di essere ascoltati, di ascoltare voci di uomini amici…
GRECO
Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
“Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né l‘debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta
VOCE
O frati, dissi, che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
NARRATORE
Questo andavo raccontando a fatica a quegli uomini, nel Lager di Auschwitz, per alleggerire la pena…Pikolo, Frenkel, Jean, Limentani il romano…
CESARE
Giaceva, Primo, in un torpore febbrile, cosciente solo a mezzo, assistito fraternamente da Charles, tormentato dalla sete e da acuti dolori alle articolazioni.
GRECO
Ebbe fortuna, Primo, perché da vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, a prendere la fuga, lasciando incompiuto il loro dovere. E così l’infermeria del Lager fu risparmiata dall’eccidio. Erano rimasti in ottocento.
NARRATORE
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare, e non aveva nome. Quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse per qualche sillaba che il bimbo ogni tanto pronunciava. Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato ad Auschwitz, non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza nome, il cui minuscolo avambraccio era stato segnato col tatuaggio di Auschwitz.
Hurbinek morì ai primi giorni del Marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.
VOCE
Henek era un buon compagno, ed una perpetua fonte di sorprese. Henek non era né malato, né convalescente, anzi, godeva di una splendida sanità di corpo e di spirito. Nelle lunghe ore che trascorremmo insieme, mi narrò l’essenziale della sua breve vita. Era nato in Transilvania, in mezzo al bosco, vicino al confine rumeno. Era stato catturato e deportato ad Auschwitz con tutta la famiglia, e gli altri erano stati uccisi tutti subito.
CESARE
Hurbinek non era l’unico bambino. Ce n’erano tanti altri, in condizioni di salute relativamente buone; erano animaletti selvaggi e giudiziosi, che si intrattenevano fra di loro in lingue che non comprendevamo. Il più autorevole membro di questo clan infantile era Peter Pavel. Aveva cinque anni. Era un bel bambino biondo e robusto, non parlava mai con nessuno, intelligente e impassibile. Si occupava solo di se stesso, si lavava, mangiava da solo, spariva per tutta la giornata, stava al suo posto, e la notte sistemava puntigliosamente le sue coperte, e dormiva fino al mattino, senza mutare mai posizione.
GRECO
Noah non abitava nella nostra camerata, anzi, non abitava in nessun luogo e in tutti. Era un uomo nomade e libero, lieto dell’aria che respirava e della terra che calcava. Era il Ministro delle latrine di Auschwitz e dei pozzi neri, ma non c’era niente di turpe in lui, anzi un impeto di vigore vitale. Noah voleva tutte le donne per sé. Incrociava dall’alba a notte per tutte le strade del campo, a cassetta del suo carro ripugnante, schioccando la frusta e cantando a squarciagola. Era amico di tutti e di tutte.
NARRATORE (indicando il Greco)
Lui si chiama Mordo Nahum, il Greco, e a prima vista non presentava nulla di notevole, salvo le scarpe, ed il sacco che portava sul dorso, che era di mole cospicua e di peso corrispondente, come io stesso avrei dovuto constatare nei giorni che seguirono. Era un ebreo di Salonicco, parlava spagnolo, italiano, bulgaro, albanese e turco.
VOCE
Si è già detto delle scarpe del Greco, quanto a me calzavo un paio di curiose calzature quali in Italia ho visto portare solo dai preti: di cuoio delicatissimo, alte fin sopra il malleolo, senza legacci, con due grosse fibbie, e due pezze laterali di tessuto elastico. Ci eravamo ingannati, il Greco e io, sulla distanza da Cracovia: avremmo dovuto percorrere almeno sette chilometri. Dopo venti minuti di cammino le mie scarpe erano già andate. Il Greco aveva conservato fino ad allora un silenzio pregnante: quando mi vide deporre il fardello, e sedere su un paracarro per constatare il disastro, mi domandò:
GRECO
“Quanti anni hai ?”
NARRATORE
“Venticinque”
GRECO
“Qual è il tuo mestiere ?”
NARRATORE
“Sono chimico”
GRECO
“Allora sei uno sciocco…chi non ha scarpe è uno sciocco…”
CESARE
Era un grande, il Greco. Poche volte nella mia vita, prima e dopo, mi sono sentito incombere sul capo una saggezza così concreta.
VOCE
Fondamento della sua etica era il lavoro, che egli sentiva come sacro dovere, ma che intendeva in senso molto ampio. Era lavoro tutto e solo ciò che porta a guadagno senza limitare la libertà…
NARRATORE
Poiché Mordo Nahum non era uno sciocco, si rendeva conto chiaramente che questi suoi principi potevano non essere condivisi da altri individui di altra provenienza e formazione, e nella fattispecie da me; ne era peraltro fermamente persuaso, ed era sua ambizione tradurli in atto, per dimostramene la validità generale.
GRECO
Il capocampo degli italiani, a Katowìce, era il ragionier Rovi. Rovi non era diventato capocampo per elezione dal basso, né per investitura russa, ma per autonomina. Possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l’amore per il potere medesimo.
Rovi era fondamentalmente sciocco, e non sapeva una parola di tedesco, o di russo, ma fin dal primo momento si era assicurato i servizi di un interprete, e si era presentato cerimoniosamente al comando sovietico in qualità di plenipotenziario per gli interessi italiani. Era arrivato al culmine quando affisse sulla porta del suo ufficio il cartello “COMANDO ITALIANO – COLONNELLO ROVI”.
NARRATORE
Scoprimmo più avanti che non aveva mai fatto un giorno di militare in tutta la sua vita.
VOCE
…i recidivi erano rari, con la sola notevole eccezione del Ferrari. Il Ferrari, al cui cognome si addice l’articolo perché era milanese, era un portento di inerzia. Faceva parte di un gruppetto di criminali comuni, detenuti a San Vittore, e poi deportati ad Auschwitz. Era un ometto sulla quarantina, magro e giallo, quasi calvo. Passava le sue giornate sulla branda, leggendo di tutto, anche ciò che non capiva. Un giorno ci raccontò:
CESARE
“Ho seguito per molti anni la scuola dei ladri di Loreto. C’era il manichino con i campanelli ed il portafogli: bisognava sfilarlo senza far suonare i campanelli, ed io non ci sono mai riuscito. Ma ormai dovevo provare, gli accadimenti precipitavano, dovevo guadagnarmi il pane, ed un giorno a Milano, su un tram, è la mia grande occasione. Prendo il mio saccagno, un coltello a rasoio, e comincio pian piano a tagliare la borsa di una signora, e ci ero quasi riuscito, quando una donna comincia a urlare: “Al ladro, al ladro”. Io non l’ho neanche toccata, non mi conosce, io non la conosco, e non è neanche parente della donna. Insomma il tram si è fermato, mi hanno preso e sono finito a San Vittore e poi in Germania.
GRECO
Per verità, tutto quanto riguardava il dottor Gottlieb era involto in una fitta nube di mistero. Parlava perfettamente l’italiano, ma altrettanto bene il tedesco, il polacco, l’ungherese ed il russo. Veniva da Fiume, da Vienna, da Zagabria e da Auschwitz. Ad Auschwitz era stato, ma in che qualità e condizione non disse mai, né era uomo a cui fosse facile porre domande. Né era facile capire come ad Auschwitz fosse sopravvissuto, poiché aveva un braccio anchilosato; ed era ancora meno facile immaginare per quali segrete vie, e con quali fantastiche arti, fosse riuscito a rimanere sempre insieme con un fratello, e a diventare, in poco tempo, il medico più stimato di Katowìce.
NARRATORE
Non lontano dalla piazza di Zmerinka, lungo la ferrovia, ci imbattemmo in un’altra apparizione piena di destino. Un deposito di tronchi, pesanti e grezzi come ogni cosa in quel paese, e sopra i tronchi stava una dozzina di prigionieri tedeschi. Nessuno li sorvegliava. Erano vestiti di stracci scoloriti, erano svuotati, inerti. Ci videro, ci chiesero pane. Rifiutammo, perché il nostro pane era prezioso. Daniele, a cui i tedeschi avevano ucciso la moglie, il fratello e i genitori, nel ghetto di Venezia, trasse un pane e lo depose a terra.
VOCE
Cantarella era un marinaio calabrese di altissima statura e di magrezza ascetica, taciturno e misantropo. Si era costruito una capanna di tronchi e di frasche a mezz’ora dal campo, e qui viveva in solitudine selvaggia, vestito soltanto di un perizoma. Era un contemplativo, ma non un ozioso: esercitava una curiosa attività sacerdotale. Possedeva un martello e una specie di rozza incudine, che aveva ricavato da un residuato di guerra e incastrato in un ceppo: con questi strumenti, e con vecchie latte di conserva, fabbricava pentole e padelle con grande abilità e diligenza religiosa
CESARE
E’ antica osservazione che in ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro malumori ed il loro desiderio di nuocere.
La vittima del nostro vagone era il Carabiniere. Sarebbe arduo stabilire il perché, se pure un perché esisteva: il Carabiniere era un giovane carabiniere abruzzese, gentile, mite, servizievole e di bell’aspetto. Non era neppure particolarmente ottuso, era anzi piuttosto permaloso e sensibile, e perciò soffriva acutamente della persecuzione a cui era sottoposto dagli altri militari del vagone.
GRECO
Ma appunto, era carabiniere: ed è noto che fra l’Arma e le altre Forze armate non corre buon sangue. Si rimprovera ai carabinieri, perversamente, la loro eccessiva disciplina, serietà, castità, onestà; la loro mancanza di umorismo; la loro obbedienza indiscriminata; i loro costumi, la loro divisa. Corrono sul loro conto leggende fantastiche, grottesche e scempie, che si tramandano nelle caserme di generazione in generazione: la leggenda del martello e la leggenda del giuramento. Tacerò dell’una, troppo nota ed infame (c’è qualcuno che la conosce, in sala ?). Secondo l’altra, da quanto appresi, la giovane recluta dell’Arma è tenuta a prestare un segreto e abominevole giuramento infero in cui, tra l’altro, si impegna solennemente “a uccidere suo padre e sua madre”, ed ogni carabiniere, o li ha uccisi, o li ucciderà, se no non passa appuntato.
NARRATORE
Avevo conosciuto Cesare negli ultimi giorni di Lager, ma era un altro Cesare. Nel campo di Buna abbandonato dai tedeschi, la camera degli infettivi, in cui i due francesi ed io eravamo riusciti a sopravvivere e ad instaurare una parvenza di civiltà, rappresentava un’isola di relativo benessere.
Cesare era arrivato a Buna da Birkenau pochi mesi prima. Mi chiese acqua, prima che cibo: acqua perché da quattro giorni non beveva (Cesare beve dell’acqua), e lo bruciava la febbre, e la dissenteria lo svuotava. Gliene portai, insieme con gli avanzi della nostra minestra: e non sapevo di porre così le basi di una lunga e singolare amicizia.
VOCE
Una volta, a Katowice, dopo qualche ora di marcia in un’aria frizzante, la nostra fame cronica si era riacutizzata…
CESARE
“Vieni con me…”
NARRATORE
Disse Cesare…
CESARE
“Andiamo a far colazione…”
(La VOCE prende il vassoio con le fragole e le offre al pubblico)
GRECO (quando tutti hanno gustato le fragole)
Mi condusse al mercato, nell’ala dove stavano le bancarelle della frutta. Sotto gli occhi malevoli della fruttivendola, colse dal primo banco una fragola, una sola, ma ben grossa, la masticò pian piano, con aria da intenditore, poi scosse il capo…
CESARE (con la faccia disgustata)
“Niè ddobre”…
GRECO
Disse severamente…
CESARE
“E’ in polacco…”
GRECO
Spiegò…
CESARE
“Vuol dire che non sono buone…”
NARRATORE
Passò al banco successivo, e ripeté la scena; e così con tutti fino all’ultimo.
CESARE (a Narratore)
“Beh ? che aspetti ?”
NARRATORE
Mi disse con cinica fierezza…
CESARE
“Se hai fame, non hai che da fare come me”
VOCE
Una virtù quale quella di Cesare è buona in sé, in senso assoluto; è sufficiente a conferire nobiltà a un uomo, a riscattarne molti eventuali difetti, a salvarne l’anima. Ma in pari tempo, e su di un piano più pratico, essa costituisce una scorta preziosa per chi intenda esercitare il commercio sulle pubbliche piazze.
GRECO
Un giorno Cesare ci piantò. Dichiarò che ne aveva abbastanza dei russi, dei treni e di noi; non voleva diventare matto e neanche morire di fame. Disse che se eravamo disposti…
CESARE
“Potete anche seguirmi…”
GRECO
…ma patti chiari, lui era stufo di fare della miseria, era pronto a correre dei rischi, ma voleva tagliare corto, far su dei quattrini, alla svelta, e tornare a Roma in aeroplano.
NARRATORE
Nessuno di noi si sentì di seguirlo: prese un treno per Bucarest, ebbe molte avventure, tornò a Roma in aereo, ma questa è un’altra storia, che non racconterò, o racconterò in altra sede, solo se e quando Cesare me ne darà il permesso…
CESARE
Ben detto…
NARRATORE
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere…
GRECO (la Voce si alza e sceglie tra il pubblico tre persone, alle quali consegna i cappucci e i ceri, e li accompagna fuori dalla scena)
Nel teatro il “Salone Pendente” di Staryje Doroghi, l’altro grande successo fu la canzone del “Cappello a tre punte”. E’ questa una canzone rigorosamente priva di senso, che consiste in un’unica quartina sempre ripetuta:
IL MIO CAPPELLO HA TRE PUNTE
HA TRE PUNTE IL MIO CAPPEL
SE NON AVESSE TRE PUNTE
NON SAREBBE IL MIO CAPPEL
…e si canta su un motivo trito e ritrito, logorato dalla consuetudine, che è questo: (lo canta e accompagna con ritmo delle mani)
IL MIO CAPPELLO HA TRE PUNTE
HA TRE PUNTE IL MIO CAPPEL
SE NON AVESSE LE TRE PUNTE
NON SAREBBE IL MIO CAPPEL…
(invitando il pubblico a intervenire)
Allora, ad ogni ripetizione, una delle parole della quartina, viene sostituita da un gesto: MIO con un colpetto del dito indice sul petto… CAPPELLO con la mano concava sulla testa…proviamo… TRE con le tre dita…e PUNTE con le dita congiunte a formare una punta…così…
NARRATORE (con la tecnica del “Teatro all’improvviso”, mentre il Greco suona il tamburo)
I tre personaggi da mala notte entravano in scena (entrano i tre del pubblico), con i cappucci neri sul capo e i tre ceri, con esitante passo di danza.
Giunti al centro della ribalta, sempre seguendo il ritmo, si inchinavano verso il pubblico con grande difficoltà, piegandosi adagio adagio, a piccoli strappi estenuati. Per curvarsi e rialzarsi impiegavano ben due minuti, tra l’angoscia e l’esitazione del pubblico. Raggiunta penosamente la posizione eretta, le tre larve cominciavano a cantare la strofa insulsa, con voce tremula e rotta. Scandita dalla pulsazione ipnotica di un solo tamburo in sordina, la paralisi progrediva lenta e irreparabile. L’ultima ripetizione, dei cantori e del pubblico, era una straziante agonia, un conato moribondo.
VOCE
Terminata la canzone, le tre figure, con uno sforzo supremo, ripetevano l’inchino, riuscivano incredibilmente a rialzarsi, e col cero tentennante, scomparivano per sempre dietro alle quinte (i tre escono, si levano i cappucci, lasciano i ceri e tornano al posto) .
NARRATORE
Il numero del “Cappello a tre punte” toglieva il respiro, e veniva accolto ogni sera con un silenzio più eloquente degli applausi.
Perché ? Forse perché vi si percepiva, il fiato pesante di un sogno collettivo, del sogno che vapora dall’esilio e dall’ozio, quando cessano il lavoro e la pena, e nulla pone riparo fra l’uomo e se stesso; forse perché vi si ravvisava l’impotenza e la nullità della nostra vita e della vita, e il profilo gobbo e sghembo dei mostri generati dal sonno della ragione.
VOCE (quando tutto è in ordine e in silenzio; MUSICA voci femminili)
Qui le donne hanno gli occhi incollati
alla terra che divora.
Qui le donne hanno le mani inchiodate
a parole grigie e acide.
Qui le donne dormono
durante una sola idea
su letti e figlie d’angoscia
e bucce di patate scadute
Qui le donne hanno sangue decorato
da numeri improvvisi
senza trecce o riccioli arabescati.
Qui le donne hanno vestiti che frustano
con dentro vipere e rospi ad attenderle all’uscio
Qui le donne
il profumo se lo portano sempre in una boccetta
nascosta sotto l’angolo malizioso della tentazione
Qui
le donne
il profumo lo portano appeso alle lacrime
a volte
per confondere la paura di un viaggio senza ritorno
a volte
per anestetizzare la rabbia per essere state trascinate
per secoli
dentro le miniere dell’indifferenza
GRECO
Frau Vitta, anzi Frau Vita, come tutti la chiamavano, amava tutti gli esseri umani di un amore semplice e fraterno. Frau Vita, dal corpo disfatto e dal dolce viso chiaro, era una giovane vedova di Trieste, mezza ebrea, reduce da Birkenau. Passava molte ore accanto al mio letto, parlandomi di mille cose a un tempo, con volubilità triestina, ridendo e piangendo: era in buona salute, ma ferita profondamente, ulcerata da quanto aveva subito e visto in un anno di Lager. Era stata infatti obbligata al trasporto dei cadaveri, di pezzi di miserande anonime spoglie, e quelle ultime immagini le pesavano addosso come una montagna.
NARRATORE
Olga era una partigiana ebrea croata, che nel 1942 si era rifugiata nell’astigiano con la sua famiglia, e qui era stata internata; apparteneva quindi a quella ondata di varie migliaia di ebrei stranieri che avevano trovato ospitalità, e breve pace, nella paradossale Italia di quegli anni, ufficialmente antisemita. Era una donna di grande intelligenza e cultura, forte, bella e consapevole; deportata a Birkenau, vi aveva sopravvissuto, sola della sua famiglia.
CESARE
A Katowice c’era un’infermiera, Maria Fjodorovna Prima, che divenne presto mia amica; poi un nugolo indefinito di ragazze solide come querce, non si capiva se militari o militarizzate o ausiliarie o civili o dilettanti. Queste avevano mansioni varie e vaghe: lavandaie, cuoche, dattilografe, segretarie, cameriere, amorose pro tempore di questo o di quello, fidanzate intermittenti, mogli, figlie.
VOCE
Galina aveva diciotto anni, ed era di Kazatin, in Ucraina. Era bruna, allegra e graziosa; aveva un viso intelligente dai tratti sensibili e minuti, e fra tutte le sue colleghe era la sola che vestisse con una certa eleganza, e che avesse spalle, mani e piedi di dimensioni accettabili. Parlava il tedesco discretamente: col suo ausilio i verbali dell’infermeria venivano faticosamente confezionati sera per sera, con un mozzicone di matita, su un fascicolo di carta grigiastra.
GRECO
Di fronte a Galina mi sentivo debole, malato e sporco; ero dolorosamente conscio del mio aspetto miserevole, della mia barba mal rasa, dei miei abiti di Auschwitz; ero acutamente conscio dello sguardo di Galina, ancora quasi infantile, in cui una pietà incerta si accompagnava con una definita repulsione.
NARRATORE
A Katowice entrammo in un negozio di alimentari: volevamo comprare spaghetti, burro, sale, uova, fragole, e zucchero, per un ammontare di sessantatre zloty, non uno di più, non uno di meno. La bottegaia era una vecchietta grinzosa, dall’aria bisbetica e diffidente.
Era consapevole di Auschwitz, e tutto quanto riguardava Auschwitz la interessava, perché aveva rischiato di andarci.
Era di Berlino, e viveva con suo marito. A loro Hitler non era mai piaciuto, e quando aveva fatto il famoso discorso in cui dichiarava guerra, gli aveva scritto questa lettera…
VOCE (si alza e va a scrivere sul cavalletto, e accompagna a voce alta, molto lenta e grave, cupa)
Caro signor Hitler,
io ho già passato una guerra terribile, che ha lasciato solo dietro di sé disperazione, lacrime, morte e solitudine. Io so che la nostra Germania, la mia Germania, non può vincere contro tutto il mondo, e molti tedeschi lo sanno, questo.
Le guerre non portano mai da nessuna parte, se non il rimpianto della pace e della serenità perduta. Io ormai sono vecchia, e lavoro in questo negozio di alimentari da molti anni, e non ho più il marito, ma le dico queste cose per le persone che verranno in seguito. Anche un bambino sa che con la forza delle armi non si raggiunge niente di buono. Spero che lei vorrà ascoltare queste mie povere parole.
Helena Steinhammer
Haumptstrasse 64 - Berlino
Berlino, 7 Maggio 1940
CESARE
Due settimane dopo l’avevano chiamata alla Gestapo, le avevano ritirato la licenza e l’avevano espulsa da Berlino.
VOCE
La luce del giorno, a Proskurov, svaniva con estrema lentezza, prima rosea, poi viola, poi grigia.
GRECO
Accanto a noi, che fumavamo e discorrevamo vivacemente, sedevano su una cassetta di legno due ragazze vestite di nero, molto giovani. Parlavano tra loro, ma non in russo, bensì in yiddish.
CESARE ( a Narratore)
Capisci cosa dicono ?
NARRATORE
“Qualche parola…”
CESARE
“Dai…allora…attacca…vedi se ci stanno…”
NARRATORE
Non credevano fossimo ebrei, perché eravamo italiani, allora provai a recitare loro l’inizio della Shemà, la preghiera fondamentale israelita…
GRECO (in maniera stentata)
…E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Dio ti comanda oggi , nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come separatore tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte delle città.
NARRATORE
La loro incredulità si attenuò, ma crebbe la loro allegria. Chi aveva mai sentito pronunciare l’ebraico in un modo tanto ridicolo ?
VOCE
Loro erano due sfollate, raccontarono. Erano di Minsk, in Russia Bianca; quando i tedeschi erano stati vicini, la loro famiglia aveva chiesto di essere trasferita nell’interno. Arrivarono a Samarcanda, nell’Uzbekistan, dove avevano perduto la madre ed il padre, ed avevano intrapreso un pellegrinaggio senza fine.
GRECO
A Zmerinka arrivarono le tradotte delle donne ucraine che ritornavano dalla Germania: donne soltanto, poiché gli uomini erano andati soldati o partigiani, oppure i tedeschi li avevano uccisi. Il loro esilio era stato diverso dal nostro, e da quello dei prigionieri di guerra. Non tutte, ma in gran parte, avevano abbandonato “volontariamente” il loro paese. Una volontà coartata, ricattata, distorta dalla menzogna e dalla propaganda nazista, sottile e pesante, che minacciava e blandiva dai manifesti, dai giornali, dalla radio. Non poche erano madri e per il pane avevano lasciato i figli. In Germania avevano trovato il pane, il filo spinato, un duro lavoro, l’ordine tedesco, la servitù e la vergogna.
NARRATORE
Dopo passata la Beresina, scendemmo, mi allontanai inoltrandomi in un prato, e nel bel mezzo del prato, quasi mi attendesse, vidi Mordo Nahum, il mio Greco. Mi accolse con cordialità fraterna, e poi, infine mi chiese…
GRECO
“Hai bisogno di una donna ?”
NARRATORE
Lo guardai interdetto: temevo di non aver capito bene. Ma il Greco, percorse con la mano tre quarti di orizzonte (il Greco esegue), e allora mi avvidi che in mezzo all’erba, sdraiate al sole, vicine e lontane, giacevano sparse una ventina di fanciulle sonnacchiose. Erano creature bionde e rosee, dalle schiene poderose, dall’ossatura massiccia e dal placido viso.
GRECO
“Vengono dalla Bessarabia”
NARRATORE
Mi spiegò il Greco…
GRECO
“Sono tutte alle mie dipendenze. Ai russi piacciono così, bianche e spesse. Era un gran casino qui, prima; ma da quando me ne occupo io, tutto va a meraviglia: pulizia, assortimento, discrezione, e nessuna questione per i quattrini. E’ un buon affare, anche.”
NARRATORE
Dopo quel fatto non rividi mai più il mio maestro greco, né ho sentito parlare di lui.
CESARE
Alla Casa Rossa, nella nostra colonia, le donne erano poche, non più di duecento, e quasi tutte avevano presto trovato una sistemazione stabile: non erano più disponibili. Perciò, per un numero imprecisato di italiani, andare dalle “Ragazze del bosco” era divenuta una consuetudine, e l’unica alternativa al celibato. Una alternativa ricca di un fascino complesso: la faccenda era segreta e pericolosa, perché le ragazze erano straniere e mezze inselvatichite, erano in stato di bisogno, e quindi si aveva l’impressione esaltante di “proteggerle”, e da ultimo per lo scenario esotico di quegli incontri.
VOCE
A Staryje Doroghi si doveva fare la doccia. Il funzionario addetto alla distribuzione del sapone era Irina. Stava a un tavolino con sopra un panetto di sapone grigiastro e puzzolente, e teneva in mano un coltello. Ci si spogliava, si affidavano gli abiti alla disinfezione, e ci si metteva in fila completamente nudi davanti al tavolo di Irina. In queste sue mansioni di pubblico ufficiale, la ragazza era serissima e incorruttibile: colla fronte aggrottata per l’attenzione e la lingua infantilmente stretta tra i denti, tagliava una fettina di sapone per ogni aspirante al bagno: un po’ più sottile per i magri, un po’ più spessa per i grassi. Neppure un muscolo del suo viso trasaliva alle impertinenze dei clienti più sguaiati.
GRECO
Flora era una prostituta di provincia, finita in Germania con l’Organizzazione Todt…
CESARE (con la faccia da idiota)
…organizzazione tot ?
VOCE
L'Organizzazione Todt fu una grande impresa di costruzioni che operò, dapprima nella Germania nazista, e poi in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht, impiegando nel lavoro coatto più di un milione e mezzo di persone. Creata da Fritz Todt, ministro degli armamenti e degli approvvigionamenti, l'organizzazione operò in stretta sinergia con gli alti comandi militari durante tutta la Seconda guerra mondiale.
NARRATORE
Il principale ruolo dell'impresa era la costruzione di strade, ponti e altre opere di comunicazione, vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, così come della costruzione di opere difensive: la Linea Sigfrido, il Vallo Atlantico e la Linea Gustav sono solo alcuni esempi delle opere realizzate dall'Organizzazione Todt.A fronte di un esiguo numero di ingegneri e tecnici specializzati, gran parte del "lavoro pesante" era realizzato da un'enorme massa di operai (più di un milione e mezzo nel 1944), molti dei quali prigionieri di guerra. Nel 1942, dopo la morte di Todt in un incidente aereo, il gruppo venne tolto dal controllo militare e sottoposto al controllo del governo centrale, sotto la guida di Albert Speer.
GRECO
Dicevo di Flora, dunque, che arrivò in Germania con l’Organizzazione Todt. Non sapeva il tedesco e non conosceva alcun mestiere, così era stata messa a spazzare i pavimenti della fabbrica di Buna. Spazzava tutto il giorno, straccamente, senza scambiare parola con nessuno, senza sollevare gli occhi dalla ramazza e dal suo lavoro senza fine. Sembrava che nessuno si curasse di lei e lei, quasi temesse la luce del giorno, saliva il meno possibile ai piani superiori: spazzava interminabilmente le cantine, da cima a fondo, e poi ricominciava, come una sonnambula. A Staryje Doroghi, quando la incontrammo diverso tempo dopo, Flora viveva con un ciabattino; lavava e cucinava per lui. L’uomo, taciturno e scimmiesco, sorvegliava ogni suo passo, e la picchiava selvaggiamente ad ogni ombra di sospetto.
VOCE
Nel settembre del 1947 Primo Levi sposa Lucia Morpurgo, e l’anno seguente nasce la figlia Lisa Lorenza, due donne che saranno poi fondamentali, nella sua vita.
Ma a proposito di donne, lei è mai più tornato ad Auschwitz ?
NARRATORE
Ci sono tornato nel 1965, in occasione di una cerimonia commemorativa. Come ho già più volte spiegato nei miei libri, l’impero di Auschwitz non era costituito da un solo Lager, bensì da una quarantina di campi, in cui quello di Birkenau conteneva quarantamila donne. Ho provato un’impressione di angoscia violenta entrando nel Lager di Birkenau, che non avevo mai visto da prigioniero. Qui niente era cambiato: c’era fango, e c’è ancora fango, e polvere soffocante d’estate. Le baracche sono rimaste com’erano, basse, sporche, con le tavole sconnesse, col pavimento di terra battuta. Era con me una mia amica, Giuliana Tedeschi, superstite di Birkenau. Mi ha fatto notare che dalla finestrella si vedono le rovine del crematorio; a quel tempo, si vedeva la fiamma in cima alla ciminiera. Lei aveva chiesto alle anziane “Che cosa è quel fuoco ?”, e le avevano risposto “Siamo noi, che bruciamo”. Mi ha fatto poi vedere che su ogni tavolaccio di un metro e ottanta per due, dormivano nove donne. Ora io vorrei invitare nove signore a provare a stendersi su questo materassino della stessa misura, e cercare di immaginare, seppur lontanamente, cosa si provava a dormire in questo stato.
CESARE (a Narratore)
Tu arrivasti a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la tua casa era in piedi, tutti i tuoi familiari vivi, nessuno però che ti aspettava…
VOCE
La prima notizia riguardante il viaggio di ritorno fece nascere in noi la speranza di un ritorno nelle nostre case, speranza che faceva parte di una ben più grande speranza: quella in un mondo diritto e giusto, miracolosamente ristabilito sulle sue naturali fondamenta, dopo una eternità di stravolgimenti, di errori e di stragi, dopo il tempo della nostra lunga pazienza. Era una speranza ingenua, come tutte quelle che riposano su tagli troppo netti fra il bene e il male, fra il passato e il futuro, ma noi la vivevamo, tuttavia.
NARRATORE
Meditavo pensieri amari: che la natura concede raramente indennizzi, e così il consorzio umano, in quanto è timido e tardo nello scostarsi dai grossi schemi della natura; e quale conquista rappresenti, nella storia del pensiero umano, il giungere a vedere nella natura non più un modello da seguire, ma un blocco informe da scolpire, o un nemico a cui opporsi.
GRECO
Nella Casa Rossa si passarono due lunghi mesi, dal 15 Luglio al 15 Settembre del 1945. Furono mesi d’ozio e di relativo benessere, e perciò pieni di nostalgia penetrante. La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, destituzione, malattie. E’ un dolore limpido e pulito, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni.
CESARE
Alla fine, di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi ? Che cosa avremmo ritrovato a casa ? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento ? Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti ? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme con il sangue estenuato, il veleno di Auschwitz.
VOCE
Dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze, intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto ? Presto, domani stesso, avremmo dovuto dare battaglia, contro nemici ancora ignoti, dentro e fuori di noi: con quali armi, con quali energie, con quale volontà ? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi.
NARRATORE
I mesi or ora trascorsi, pur duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino.
GRECO
I mesi erano trascorsi, duri e difficili... noi vagabondi ai margini della civiltà, ora in tregua, come una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale, ma irripetibile, del destino.
NARRATORE
Giunsi a Torino il 19 di Ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere. Ritrovai gli amici pieni di vita, il calore della mensa sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia liberatrice del raccontare. Ritrovai un letto largo e pulito, che a sera (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso. Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. E’ un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me: lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo nel Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E’ il comando dell’alba ad Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, “ WSTAWAĆ “ .
VOCE
Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero: “ WSTAWAĆ “ .
ANCORA TUONA IL CANNONE
ANCORA NON E’ CONTENTO
SAREMO SEMPRE A MILIONI
IN POLVERE QUI NEL VENTO
SAREMO SEMPRE A MILIONI
IN POLVERE QUI NEL VENTO
FINE