UNA VALIGIA DI CARTONE

UNA VALIGIA DI CARTONE

Poesie

paulsark

AVEVO UN'ANIMA DI CARTONE

confessioni di una valigia senza maniglia

La mia storia comincia da molto lontano

lontano relativamente a voi

a voi che mi guardate

adesso

e che siete qui

dunque

...in Lettonia c'è una foresta, che si chiama foresta di Kaltene, ed è molto ricca di conifere, alberi dai quali si ricava la cellulosa per produrre la carta, come abeti e pini.

Sono nata nella fabbrica Wintiquise, a Zyrardhov, in Polonia, nel 1899. Rimasi circa quaranta giorni nel magazzino, insieme con un centinaio di sorelle, prima di essere caricata su un camion, e giunsi poi in un deposito di un commerciante all'ingrosso, il signor Charazinsky, un ometto paffuto, piuttosto basso, con due occhietti a spillo, da furetto, mezzo calvo, con due baffetti, che parevano due pennelli da barba, ispidi e nerissimi.

Due settimane dopo ero sistemata, in bellavista, in una vetrina di un grande negozio, in Rethniska, una strada sempre affollata, in cui ristoranti tipici, negozi di

artigianato, sartorie, librerie e panifici, ingurgitavano quotidianamente centinaia di avventori. Mi divertivo a guardare quella fiumana di scarpe, occhiali, mantelle, guanti, grembiuli da lavoro, cappelli di tutte le fogge, gonne e giacche, che mi passavano davanti, disegnando un florilegio variopinto ed incessante. Di tanto in tanto capitava di salutare una sorella, una valigia, come me. Il saluto è semplice: è sufficiente agitare leggermente la maniglia, ed attendere la risposta dell'altra. Tutto qui.

Una sera, verso l'ora di chiusura, un commesso mi tira fuori dallo scaffale in vetrina e così, mezz'ora dopo, viaggio verso la mia nuova casa, comodamente seduta nel bagagliaio di una Samochodov, nera e fiammante.

Da quel giorno di Novembre, poi, le vicende che mi coinvolsero, furono tante, avventurose, tristi, difficili da dimenticare, tra invasione della terra dove ero nata, distruzione, fiamme, dolore, lacrime, paura, fughe. Mi trovavo in una soffitta, quando una mano, piccola e bianca, mi riempì con alcune povere cose, tra scarpe, fazzoletti, un libro, un portaoggetti di pelle nera, un piccolo coltello, due cappelli di lana scura, e una bambola di pezza, con i capelli fatti di stoppa.

Adesso, non ricordo bene come, sono rinchiusa in una specie di prigione ondeggiante, al cui interno un forte odore di gasolio riempie il tutto: zaini, borse, sacche di tela grezza, sandali di gomma, ed altre sorelle multicolori, per lo piu' in plastica. Sentivo un mosaico di voci e di lingue diverse, tra parole sommesse, lamenti di bambini e donne, urla feroci e continue richieste di aiuto. Non capivo. Ascoltavo in silenzio, in un angolo, in quell’enorme e untuoso buio, di ferro, plastica, legno e sudore.

Il mio cuore

di cartone e vernice scura

batteva

all'unisono

con i canti disperati delle sirene

loro sapevano

loro conoscevano

loro erano informate

su tutto ciò che accadeva

nel loro regno liquido e salato

il mare

vedevo nell’oscurità

stranamente

vedevo bene

unghie sporche di guerre abbandonate

capelli sporchi di capanne bruciate

occhi sporchi di dollari raccolti nel fango e nell’anima

mani sporche di celle e scorpioni

piedi sporchi di corse tra le spine e le pallottole

era una barca

quella casa ondeggiante

era una barca di sabbie calpestate e fari spenti

era una barca di timoni senza padrone

era una barca di farfalle nere

di catene dolorose

di saliva doppia

era una barca di quattro anni di deserti

era una barca che non dava acqua

che non dava pane che non dava luce

era una barca con la quale non riuscivo a parlare

una barca che si girava dall’altra parte delle preghiere

una volta

qualcuno mi fece affacciare alla notte

e potei così

dipingere le costellazioni che tremavano nell’attesa

nessuna luna

si era liberata le tasche dalla polvere universale

nessuna luna

aveva un passaporto in regola

per oltrepassare la disperazione

e la giostra maschile della ferocia

nessuna luna

aveva studiato il sentiero dei coralli e delle ninfe

nessuna luna

riuscì a lanciare le sue braccia d'argento

verso il timone

che non si specchiava da molte stagioni

il padre delle pietre e delle schiume

mi apparve in sogno

una notte

mentre una calma irreale

si era adagiata su tutto l'universo

mi parlò con voce liquida e lenta

mi disse

che io ero una specie di ambasciatrice

che avrei potuto creare un ponte invisibile

tra terre lontane tra loro

tra persone che non si erano mai viste

tra persone che parlavano lingue diverse

che pregavano divinità diverse

che mangiavano cibi differenti

mi disse

che dentro la mia pancia

avrei potuto conservare le tegole delle case

le pentole e i sandali delle vecchie donne

i cancelli degli arrivi e degli addii

le finestre del perdono e i focolari delle nascite

la polvere delle sconfitte e i quaderni dei sorrisi

gli orologi spenti e senza voce

mi disse

che sarei arrivata in un deserto di sabbie e di paure

che avrei perso il nome di mia madre

che avrei perso la mia voce

Mi svegliai. Era giorno da tempo. Attorno una intricata umanità, fatta di suoni a me sconosciuti, odori, piedi scalzi, corde, e un sottile velo di melma giallastra e puzzolente ricopriva il legno dell'imbarcazione.

Stavo appoggiata da una parte, sola, e vedevo unicamente nuvole e mare.

Poi d'improvviso il cielo si rovesciò sul mare, ed il mare si inchiodò al cielo, ed io rotolai tra nuvole disorientate, urli di deserti, lacrime di iene e antilopi, arterie violate, stelle senza luce e direzione...

Una cattedrale di sabbia

poi

si allineò alla inconsistenza dell' essere

e ai chiodi delle sepolture

oggi sono una notte di quaderni macchiati

un pulpito di nomi senza nome

un monumento di catrame e dimenticanze

il mio orizzonte è sospeso

senza che io lo abbia voluto

mai

martedì, 18 Novembre 2025
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