LA FEDE NERA
LA FEDE NERA
La madre di tutte le cose
è nata in un crepuscolo
ed è figlia del silenzio universale
La madre di tutte le cose
ha poco pianto nelle tasche
e neanche erbe amare
da offrire ai figli perduti
La madre di tutte le cose
scrive ed annota tutto
sopra un calendario trasparente
perché tutti possano vedere
anche senza guardare
La madre di tutte le cose
poggia una lacrima
sul calendario trasparente
ogni mille anni
per dimenticare i figli perduti
Io sono carbone
e tu mi strappi
brutalmente
alla terra
e mi fai tua miniera
o padrone
lasciate che scambi ferroviari e microchips
vengano scagliati contro queste quattro pareti di cartone
dove sonnecchiano
i geriatrici conventi da telegiornale
avete notato
come i gomiti degli annunciatori
sguazzano in trame bislunghe
da telenovela ?
io sono carbone
e la miniera era mia madre
ma dietro lo schermo di cartone
anche la mia faccia ruvida
e
soprattutto nera
si riveste di trucchi e belletti
io sono carbone
gentili telespettatori
e mia madre
si chiamava miniera
ho chiesto un po’ in giro
per identificare polmoni e facce quadrate
con i pixel al posto dei brufoli
e la predisposizione gentile
a privilegiare busto e torace
chissà
se sotto
in fondo alle fibre plasticanti della scrivania
si muovono
anche lì
venuzze a forma di ginocchio
o di caviglia
chissà
se l’alluce
sottolinea compiaciuto
balbettando un minuetto senatoriale
le letture prefabbricate del gobbo
e riesce a sputare sentenziuncole incollate alla regia
od alle faccione imburrate dei capi di partito
ma io sono
e resterò carbone
per tutta la vita
e qualche volta
se me ne ricorderò
soffriggerò lamenti e nostalgie
sulla tomba di mia madre
la miniera
io sono carbone
e tu mi accendi
padrone
perché ti serva eternamente
padrone
qui accanto
il pianto di alcune lavatrici neonate
saltella da un carosello all’altro
strillando
ansimando
per trovare un angolo meno indegno
tra un grifagno predone
del canale al quinto posto
con guance al plastico e sottoborse di cemento
ed un suo domestico fedele
per trovare un angolo meno indegno
tra uno stucchevole imbianchino
con il parruccone putrido e tanto di guinzaglio-museruola
ed un ciuffo di redini e timoni
che albergano nelle sintonizzate vallate
della rete senza buchi
che troviamo al quarto posto
e poi
resta per me difficile
io che sono carbone
e mia madre
che era miniera
resta difficile
dicevo
giostrare a punto croce
con lancieri e saccaromiceti
saponi da bucato e stantuffi
vorrei restare solo carbone
e correre sulla neve
cosa che non ho mai fatto
in quanto
a noi carboni
fin da piccoli
si insegna
che è sconveniente
molto sconveniente
correre sulla neve
che è bianca
e non deve essere disturbata
dai nostri scivoloni grigiastri
o dai nostri sbuffi di vapore
che inevitabilmente
la sporcherebbero irrimediabilmente
io sono carbone
e devo bruciare tutto
con la forza della mia combustione
io sarò carbone
e non potrò mai
correre sulla neve
chi non sa popolare la propria solitudine
non sa essere solo
in mezzo ad una folla
cara vedova allegra
quante storie brutte
ti raccontano
ci sono le capanne
ammanettate al sole ed al bisogno di un biscotto
ed in giro
sollevando pietre cadute dalla luna
scopriamo le unghie
di quelli che volevano uscire dal fango
quante storie
il piombo non ha padroni
e gli schiavi di oggi
saltellano
con le dita affondate nei genitali
quante storie
forse il piombo ha per madre la guerra
e per nonni
sguardi azzurri di rabbia
quante storie
dentro le fabbriche
con nomi di zucchero
e facciate di marzapane
i mercanti di schiavi
imbastiscono bancarelle di perline
e virus tropicali
da sciogliere nella minestra
o da infilare nelle strette di mano
quante storie
i gendarmi del mondo
a stelle e strisce
hanno già montato palchi e programmi in chiese pentagonali
per arrostire conigli e pannocchie
e maschere a gas
e pantofole rosse
e bandiere di diverso colore
ed ancora
cenette sotto le palme
o zampe di gazzella
quante storie
l’aria di saigon
ti cambia gli occhi
ed un luna park
con candele al posto della giungla
è difficile da bloccare
e così
ai piedi di un obelisco d’avorio
rimane solo una lunga pietra nera
montata su una sedia a rotelle
con un milione di nomi abbandonati
dentro gli ingranaggi
quante storie
i mari
quando si incontrano
si raccontano tutto
e mandano in giro delfini e sirene
per inviare telegrammi e sacchetti di sale
agli iceberg
ed alle luci dei fari
perché sappiano
i mari
quando si incontrano
parlano di sabbia rossa
o di musica cubana
i mari
quando si incontrano
parlano di occhiali strappati
e di napalm arrugginito
da conservare sotto la lingua
i mari
quando si incontrano
non hanno più odissee nei quaderni
o scorribande vichinghe
e del corallo
rimangono soltanto le iniziali ciclostilate a pressione
dentro giornali senza titolo
col mare
mi son fatto una bara di freschezza
e non ho ancora imparato
a declinare la paura
per quando troverò piastrine d’acciaio
sotto una conchiglia
quando arriverà l’ultimo caldo
uomo
che speri senza pace
stanca ombra
nella luce polverosa
l‘ ultimo caldo se e andrà
e vagherai indistinto
la madre dei mari è una casa bianca
con orecchini e capelli rotondi
e fari abbaglianti
dentro le arterie
per far inciampare spie e corse diplomatiche
ma la cosa
non è poi così importante
in quanto
il tutto
si arrotola
alla fine
attorno al becco di una colomba
che vola verso sud
oh il sud
il sud è stanco di trascinare morti
in riva a paludi gonfie di malaria
è stanco di solitudini
è stanco di catene
è stanco di bestemmie
è stanco di stanchezze
oh il sud
il sud è stanco delle urla dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue dal suo cuore
non saprei dire
chi sia la madre del sud
forse
dovrei cercarla tra le agavi che nascono tra i panni stesi
o sulle soglie pietrose delle stagioni
forse
dovrei cercarla dentro l’abbaiare polveroso dei cortili
o sui comignoli
abbandonati anche dal fumo
non credo
comunque
di conoscere la madre del sud
forse
sta seduta in mezzo alle mangrovie
od in mezzo alle promesse incorniciate
che fuggono in amazzonia
oppure
si fa ritrarre sulle vele dei sampan
o diventa etichetta di fragole
per cacciare scorpioni e parole maledette
qualcuno
dice che l’ ha intravista
nelle galoppate sconnesse delle mandrie del punjab
o consumare gavette e lacrime
sotto il ponte di mostar
ma non posso certo dire di conoscerla
la madre del sud
forse
è solo una viola
forse
è solo una confessione
forse è solo una strada
e non me ne sono mai accorto
se cammini per strada
nessuno ti è accanto
se hai paura
nessuno ti prende la mano
e non è la tua strada
non è la tua città
la città illuminata è degli altri
mi pare
una volta
di aver chiesto di poter vedere
il signore della città sotterranea
per capire
come ci si muova
là sotto
venni convocato in un enorme salone
un vecchio deposito dei vagoni del metrò
c’era una folla incredibile
gente di tutti i tipi
gli abitanti profondi
si chiamavano
c’erano lampioni e campane
scale mobili e cartelli
tubi e cavi elettrici
tombini e bidoni
ponti con le loro figlie passerelle
striscioni con le loro cugine scritte
e poi intere famiglie di ruggine
il club dell’asfalto al gran completo
la congregazione del cemento
il sacro ordine del mattone
i rappresentanti e gli ambasciatori
della diocesi delle fogne e dei lavatoi
i prefetti del bitume e dei binari
quelli del comitato del letame e dei cunicoli
quelli del comprensorio della fuliggine e del cartone
ed altri
che non ricordo
il re di tutta questa bella moltitudine
una eminenza grigio-bluastra
dell’impero delle cacche e delle sterconze
placò il clamore generale
e poi mi raccontò
“ da tempo
gli abitanti profondi
tengono sveglia la pioggia
per bagnarsi le ali
cosa che è stata dimenticata
dai camminatori sapienti
(che saremmo noi)
da tempo
gli abitanti profondi
mettono da parte cuscini di pietra
e cordicelle di sole
nei cassetti
cosa che i camminatori non hanno mai fatto
da tempo
gli abitanti profondi
custodiscono gelosamente
la neve invecchiata
e la carta passata di moda
cosa che ai camminatori
non è molto gradita
ricordo
che fu organizzato un circo
una volta
vennero utilizzati ragni e libellule
come cavi
e
per tendone
ombre di ginepri e ippocastani
legate alla faccia umida di un tramonto
la pista
era una nuvola appiattita
ed i suonatori
vennero da molto lontano
lo spettacolo
andò avanti
superando albe ed arterie di plastica
ed il quadrifoglio della pubblicità
rimase visibile
anche dopo aver perso i colori
la neve invecchiata e la carta passata di moda
si tenevano per mano al centro dello spazio
e bevevano applausi
furono loro
alla fine
le regine dello show”
così parlò il re
l’anima mia soltanto
rimane a questa finestra
aspetta ancora e resta
incantandosi a pensare
da questo riquadro
non si vedono treni di occhi nuovi
avvinghiati ai funghi velenosi dei binari
da qui
è difficile intravedere notizie e giornali
che raccontano di panchine arse al vento
tra il brulichio confuso dei bastoni
tra alcune gocce di liquore sanguigno
cadute
ad annegare il pasto serale dei passeri
da questo balcone
tutto è molto indistinto
difficile da acchiappare
lento da pensare
il sonno di questi lampioni
qui sotto
è imbottito di siringhe
e di calze nere
e l’esterno delle scarpe
è verniciato
con le cantilene dei condannati a morte
da qui
molte cose sembrano sparire
dietro un barattolo di fagioli
rimasto in fondo all’ultima spesa
infilata
in uno scontrino multicolore
fatto per non capire numeri e sapori
da portare a casa
da poggiare sul pianerottolo
da rispondere alla vicina
con il sorriso quotidiano
da entrare nel buio
senza interruttore
senza un letto che aspetta
senza un piatto sporco
da lavare in due
così
tra questa immensità
s’annega il pensier mio
e il naufragar
m’è dolce in questo mare
il pensiero a mezzaluna
si stende ancora sul mare
ed intorno una cornice di gelsomini
fa da contraltare a simpatici mandarini
a gomiti da rammendare
alla lampada da aggiustare
alla lettera da scrivere
od alla bolletta secca
che
sotto le tegole
ricorda l’immensità della piccolezza
tutto l’anno
le cisterne brune senza sonno
controllano l’aria del continente
e ripetono
che i giorni non hanno madre
che i limoni non hanno madre
che i calendari trasparenti non hanno madre
che la voce gialla dei poeti non ha madre
non sono mai andato
sulla tomba di mia madre
per non vedere i suoi capelli
inchiodati al rumore della vita
non sono mai andato
sulla tomba di mia madre
per non calpestare i suoi denti
ed il suo ultimo vestito
non sono mai andato
sulla terra di mia madre
bianca come il sale
azzurra
come il ricordo del suo mare
non sono mai andato
sulla tomba di mia madre
per non disturbare i suoi cavallini di cartapesta
per non spaventare le sue stelle marine
con cui da piccola giocava
non sono mai stato a guardare
la tomba di mia madre
per non usare le sue matite colorate
per non rubare i suoi sorrisi
il profumo tiepido delle sue parole
lo tengo incatenato alla pelle
ed ogni tanto
ci faccio un nodo nuovo
per sicurezza
quando ti regalo giocattoli
bimbo mio
attento
perché le onde mandano il coro delle loro voci
fino al cuore della terra
in ascolto
sulle tombe
ci si dovrebbe andare con le scarpe rotte
od almeno bagnate
per raccogliere un po’ di terra
da mettere nel diario
o sotto il cuscino
così
il primo giorno di primavera
tutto si trasforma in giocattoli fratelli
ed il cuore della madre
si bagna ancora
di lacrime e rimproveri
non si è mai saputo
chi fosse la madre delle tombe
e neanche se esistesse una madre delle tombe
ma forse
tutto ciò
non è poi così importante
resta solo un’arancia avvizzita
quando qualcuno che si ama
si allontana per sempre
ed intorno
i gabbiani si oscurano
perdendo il campanello da richiamo nella palude
senza poter annotare quel giorno
sul loro calendario trasparente
ti voglio dire
quanto è buio il mondo
e come i nostri sogni di libertà
si accendono di speranze
insieme con i poveri
che non hanno neanche un pezzo di cielo
ti voglio dire
allora
che proverei a trovare un pianto da bambino
il pianto di un bambino
è sacro come il sangue delle madri
il pianto di un bambino
nasce da una chitarra
o da una montagna guerriera
il pianto dei bambini
impara presto a cantare
ed recitare abbracci indispensabili
il pianto di un bambino
non ha carezze attorno alle orecchie
o sulla testa appena cresciuta
il pianto di un bambino non riesce ad aprire le porte
o a dissanguare l’oceano
il pianto di un bambino ha le dita forti
per far attraversare la madre dentro un calendario trasparente
il pianto di un bambino non ha caratteri di poesia
e non cerca bandiere o radici
il pianto di un bambino non lascia segni per le strade
voi chiederete
perché la tua poesia non ci parla del sogno
delle foglie
dei grandi vulcani del paese natio ?
venite
venite a vedere il sangue per le strade
venite a vedere il sangue
per le strade
al di là delle strade
c’era il mare
una volta
e si giocava a rubare baci e conchiglie
con i denti ancora sporchi di alghe
al di là delle strade
c’era il fuoco
una volta
e ci si chiamava da una porta all’altra
per ascoltare canzoni nuove
al di là delle strade
una volta
c’era il pensiero di una filastrocca
che viveva dentro un cappello di lana fredda
o sotto la gola di un cavallo da monumento
al di là delle strade
c’erano una volta nani colorati
e muri
e le madri di tutte le cose
al di là delle strade
adesso
si trova solo un tempio minimo
di madreperla
ed un treno carnivoro
che ingoia muscoli e biglietti
ed anime scadute
al di là delle strade
adesso
vive una storia fredda
una muraglia imbalsamata
e dentro
ci rovistano questi rantoli da pulpito
incollati alle gimcane dei vescovi
sporchi di parabole e di anelli rubati alle tortore
al di là delle strade
ci potrebbe essere l’idea della stupidità
od anche un filmato
che parla degli effetti personali del vento
o di come si può ascoltare il galoppo di un cavallo
di come ci si possa accorgere
di sfuggita
di aver perduto il ritratto della madre di tutte le cose
sicuramente
al di là delle strade
un innocuo calendario trasparente
avrebbe vita difficile
a destreggiarsi
tra giacche blu e denti finti
divenute robe da museo
appartenute ai nostri prodi berluscotti
al di là delle strade
è rimasto ancora qualche libro
qualche pagina
con carte e cenere
su ogni pagina che ho letto
su ogni pagina che è bianca
che abbia forma di sasso sangue carta o cenere
scrivo il tuo nome
e scrivo il tuo nome
sulle armi dei guerrieri
sulle corone dei re
una pagina
adesso
non può permettersi di essere bianca
una pagina è come una colomba
come un fiume incendiato
che non porta tronchi
a galleggiare sul mare
una pagina sente le cose
con la sua anima di cenere
una pagina tocca le cose
ed ha pietre rigate
al posto dei polpastrelli
una pagina conta le cose
conosce la madre
e la tiene in tasca
ma tutto questo è difficile
perché vescovi e senatori
hanno inchiostri velenosi
sotto le unghie
e toccano tutto
toccano dappertutto
figuriamoci una pagina bianca
che bisogna far vedere subito agli amici
ai colleghi
con tanto di cartellino
di nome
di colletto
di pantalone stirato
di tonaca con pizzo
di testa agganciata alle stringhe
e un coltello
nascosto dentro le pieghe scivolose della bibbia
in mezzo a qualche profeta minore
per non suscitare sospetti
per confondere le idee
ora
bisogna lottare contro le chiese ed i parlamenti
ora che i gigli della montagna
diventano bufali sospinti dalla pioggia
le croci delle vallate
nascono a metà dell’universo
per spandere intorno
la loro saliva imbellettata
per farsi dare un voto
per far dire una messa
con ricevuta fiscale
voti e messe
dicono
non hanno una madre
non hanno silenzi da rispettare
voti e messe
non sanno distinguere un calendario trasparente
da una notte vetrosa
la notte precedente la morte
è sempre la più breve
voti e messe
non hanno madre
e non sanno distinguere un calendario trasparente
da una notte vetrosa
la notte
attende sempre una specie di punto giusto
una specie di imbuto scivoloso
per sorprendere
per fabbricare isole sconosciute
dentro il giardino verticale delle ali
dentro il giardino
che porta ad un sotterraneo incapace di volare
è giusto
controllare dalla finestra
il giardino ed il cortile
perché non ci siano uccelli in gabbia
o bandiere geometriche
con colori falsi o acerbi
non scavate pozzi nei cortili
i vivi non hanno più sete
non toccate i morti
lasciateli nella terra delle loro case
non scavate pozzi e solitudine
nei cortili
i vivi non hanno mai misurato tutto il tempo dell’eternità
e non conoscono il colore di tutte le stelle
non toccate i morti
lasciateli nella terra delle loro case
i morti hanno un sorriso di metallo dorato sulla fronte
per farsi riconoscere dagli angeli
non toccate i morti
lasciateli nella terra delle loro case
i morti
hanno ormai misurato il tempo della loro solitudine infinita
ed hanno conchiglie
tra le mani
per farsi riconoscere dalla madre di tutte le cose
e per giocare
a volte
nella sala d’attesa
i morti
hanno lettere spezzate nelle mani
per compilare i nomi nuovi
da appendere al nuovo calendario trasparente
qualche volta
la terra ha sapore di rame
per confondersi con le tombe
ed i fazzoletti degli addii
quando la gioia è nascosta in una valigia
quando la terra ha lo stesso sapore di un’anima
schiacciata dal suono delle trombe degli angeli
delle trombe il sapore di rame
sentire nella bocca:
ecco la gioia nostra
l’unica gioia che il cuore ci tocca
ormai
mi hanno raccontato quasi tutto
di passerelle
di passeggiate a colpi di chiffon
o di scale antincendio
ormai
il massimo della gioia è stato assegnato
a ciascuno di noi
e le trombe dal sapore di rame
hanno segnato l’inizio ed il ritmo
dei giudici paralleli
ormai
angeli e trombe
conoscono il da farsi
ed hanno cancellato tutto
hanno programmato tutto
sul calendario trasparente
la terra
emette documenti graffiati
che sparano dentro le città
ed il sole
così
illumina ferite di nuovo calibro
il nuovo clone della calunnia
entra in velocità
nei cortili dei ragazzi
ed i calzettoni
e le lentiggini
prendono inaspettate forme
dietro il sipario dei vicoli
il sapore della benzina
riempie abbracci e baci
tra gli uomini delle cosche
che hanno pance molli come rospi
cardinali procuratori pastori onorevoli
commendatori cavalieri faccendieri
governatori presidenti piduisti affaristi
corvi e sciacalli
non riescono a stare nudi
poiché li decomporrebbe la luce dei morti
davanti ai morti
non c’è frusta o intrigo che tenga
la morte
passa piangendo
e nel tempio di zucchero
i nuovi farisei dal becco giallo
gli occhialini di plastica di zebra
il cravattino in lardo di maiale
le calze in porpora di gambero
grugniscono a tempo
tutti insieme
in attesa di una madre
che non arriverà mai
i cardinali e gli onorevoli
non hanno più una madre
non hanno più un ventaglio
non hanno più neanche una schiava
che lavi loro i piedi
o cambi i loro denti
quando spruzzano aceto e filigrane
quei quattro criminali da televisione
non hanno quartiere sulle rive delle moschee
non hanno numeri da giocare
e non sanno vestirsi da pagliaccio
il numero quattro
il numero uno
il numero cinque
salutano dallo schermo il cavaliere senza madre
che è fuggita sulla montagna
per non vedere più quel sorriso da idiota ebete
quella madre
ha messo in piedi una nuova fabbrica di calendari trasparenti
come sull’ hudson
ed a manhattan
gli scolari delle fabbriche
spennavano pattini e quadernini della spesa
etichette da whisky e cocacola ingannatrice
e così
anche nel paese del miele
le ginocchia le leghiamo col fil di ferro
la specializzazione ha preso il sopravvento
come è giusto che sia
la storia
ha lasciato un brutto ricordo
sulle rocce di granito
ed il profumo delle zagare
vaga disorientato
alla ricerca di un olfatto da incontrare
il granito e le zagare
son tutti fratelli
e la sera si riuniscono
ai piedi di una madonna di cenere
per contare voci strozzate e sorrisi
rimasti sull’ultimo asfalto
il granito e le zagare
son fratelli
e la sera si riuniscono
ai piedi di un aratro di piombo
che custodisce solchi e vergogne
vicino alla guglia più alta
dove una madonna mangia cenere e pianto ricordato
il granito e le zagare son tutti fratelli
e la sera si riuniscono
per mettere un timbro nuovo
sul calendario trasparente
il timbro viene da lontano
da oltre l’oceano acuminato
lo stesso oceano
che ha sparso sulla fronte delle figlie onde
l’imprimatur oleoso della sconfitta
stava con gli occhi all’insù
quell’oceano acuminato
per stare attento a non sbagliare ancora
dopo cento anni
per non strappare manifesti dai musei
per non annotare gli avvenimenti
sul calendario trasparente
forse
ci opprimono i marinai
che hanno un febbre intima
da baraccone
ma anche tutto questo è segnato
sul calendario trasparente
e comunque
la madre di tutte le cose
è ben informata
e sa tutto di civiltà rattoppate
e di libri a brandelli
morirono a migliaia
per una civiltà rattoppata
per qualche centinaio di statue
per poche migliaia di libri a brandelli
la terra non produce porte taciute
e neanche il finto rosso delle fragole
e morirono a migliaia
per colpa di miniere insanguinate
l’acqua non produce proiettili luccicanti
e neanche bersagli che corrono
e morirono a migliaia
sulla spiaggia delle ginestre
l’aria non produce legni naviganti
o acciai cittadini
o strade imbellettate
e morirono a migliaia
dentro le metropolitane sotterranee
il sonno non produce sguardi perduti nel vuoto
e neanche protezioni dal sole
e morirono a migliaia
per azzardare pietre più grandi di un’idea
per allineare tombe e smeraldi
il sangue non produce sistemi stellari
o tamburi delicati
e neanche fruscii elettronici
e morirono a migliaia
per vomitare lo spazio
per piantare bandiere senza vento
per imprigionare scarabei e cani
nei tubi alcolizzati dei microfoni televisivi
il sudore non produce vetro
o linee dorate
immaginarie
e morirono a migliaia
dentro un sottoscala
con la lingua appesa ai ricordi da bambino
la notte non produce fantasmi grassi
o pupille inferocite
e morirono a migliaia
dentro binari tropicali
per scrivere numeri nuovi
sulle montagne occidentali
le ore non producono vestiti femminili
e neanche carrozzelle vellutate
e morirono a migliaia
nelle arene cittadine
o dentro culle pastorizzate
per urlare timbri
agganciati a purezze nebbiose
l’oro non produce angeli
e neanche spade parallele
e morirono a migliaia
sulle strade senza segnali
o nelle baracche di stockton
per ricomprare una vita
svenduta a poco prezzo
al monte dei pegni
i pulpiti non producono marmi
o allori stilizzati
e neanche preghiere in offerta speciale
e morirono a migliaia
per aprire i ventagli del loro cuore
vicino ad orti con ulivi
o a laghi moltiplicati
con la concorrenza argentata di pesci e pani
i caroselli non producono braccia aperte
o passeggiate di cavalli a dondolo
e neanche farfalle o carillon
e morirono a migliaia
dentro tende solitarie
o dentro madri spente
per spalmare un biscotto
con una data appena cucinata
per legare un bavaglino
alla corda saettante di un borotalco a premi
un calendario trasparente non produce santi
o numeri
o giorni
o tempo desiderato
un calendario trasparente
forse ha un dolo dio
in mezzo alle costole
un calendario trasparente
muore in qualsiasi città
e
prima di chiudere gli occhi
mormora tutti i nomi conosciuti
granata
olimpia
samotracia
tutti chiusero gli occhi
e mormorarono
neppure dio ti salva
morì a granada
morì a olimpia
morì a samotracia
e anche un po’ in paradiso
i morti
li hanno abbandonati sulle vene del paradiso
per avere amiche le nuvole
per avere la coscienza a posto
come una zuccheriera cesellata
i morti
dovrebbero stare nelle piazze
a metà
tra l’ultimo gioco abbandonato per forza
ed il primo sorriso
ancora sporco di cenere nuda
i morti
abbandonati sulle piazze
resterebbero a lungo
sull’erba dura di ghiaccio
vicino all’urlo nero delle madri
i morti
li fa uguali il pensiero umido della terra
che collabora attivamente
con la madre di tutte le cose
i morti
li fa uguali l’ultimo bambino messo da parte
che collabora
con il proprio pensiero
rimasto in bilico
i bambini
li fa uguali una spiga
o una luna con i brufoli
vista in mezzo al grano
od alle corna di una bufala primaverile
i bambini
li fa uguali una poesia senza inchiostro
o un regalo
che si aggira scalzo sui melograni natalizi
a forma di giostra
i bambini
li fa uguali il calendario trasparente
poiché è a loro sconosciuto
e non pensa assolutamente
a distribuire in giro
biglietti di visita verniciati a nuovo
i bimbi del mare
vanno scalzi
i bimbi della sierra
sono seri
e non conoscono il nome delle stelle
i bimbi del mare vanno scalzi
perché i loro piedi li ricoprono i gigli
o le ferite appannate dei tamburelli
i bambini della sierra sono seri
e non conoscono il nome delle stelle
il nome delle stelle non serve per guardarle
il nome delle stelle
non serve
per poggiare sul comodino
il loro odore arruffato
per sognare in pace
il nome delle stelle non serve
per inchiodarle su una bandiera rossa o a strisce
per trascinare in piazza rami divelti e carri armati
per confondere avorio e cicogne e riso
con libretti rivoluzionari e sillabe di libertà
quando un carro armato
irto di ideogrammi cattivi
vorrà parlare di libertà
basterà che scenda in piazza
per vestire occhi e studenti
con cupole lebbrose
quando un marine
irto di aquile dal becco stupido
vorrà scrivere di libertà
basterà che partorisca un elicottero
per pungere il bambù
con colonne trasparenti
odorose di chewing-gum
quando i bambini diventeranno d’argille
ci ricorderemo di angeli e coltelli
per mettere in bell’ordine
sulla bacheca delle nostre banche
la luce sbalordita della menzogna
che fa pregare
che fa riempire la pancia a generali e cardinali
e non obbliga a tornare indietro
una luce sbalordita
nasce su questa sbiadita fiera di menzogne
dentro il palazzo delle garanzie
anch’esso
con il suo bel bagaglio di cupole lebbrose
e dentro
come mulini a vento
girano panzoni e camaleonti
che agitano polpastrelli
e caramelle vestite da patiboli
per spogliare gli scheletri degli elettori
questa sorda asfissia
che dura da cento anni
stende un manto impalpabile su questa terra
ed illumina i vicoli con grida non sapute
siamo una clessidra di malattie fuse
in cui un mucchietto scarno di sogni borghesi
alloggia e lancia i suoi tentacoli
in tutte le direzioni
siamo un’uniforme di lana fasulla
senza forma o gradi
senza matrimonio
senza altari
siamo una monotonia perduta
in cui un baciamano
si confonde con le prime lettere della felicità
in cui un groviglio di medaglie e di inni nazionali
segna il passo
in attesa di una festa della vittoria
siamo un’epoca senza memoria
con un calendario trasparente
che non ci insegna a ritrovare la madre di tutte le cose
c’era scritto
sul calendario trasparente
di occhiate
di guance
per trovare la via
nessuno
può guidarti le dita
sui cerchi delle occhiate
o delle guance scavate
ora
di fronte al telegiornale finto
(la telenovela più riuscita)
una ciotola vuota cerca il giorno
dalla finestra
e le differenze della pelle
si accampano fuori
sul cortile di casa
la crescita delle imprese
apriamo un tavolo
innovazione
euro
credito
il salto dimensionale
è il momento del lavoro
la sfida dei riformisti
prove di dialogo
non rompere tutto
il sistema bipolare
finchè c’è uno spiraglio
sono pronto a fare un passo indietro
pronto il ricambio
gli anziani come me devono stare accanto ai giovani
troppi steccati e pregiudizi
vogliamo un capo dello stato
che sia presidenzialista e refendario
intesa sulle proposte per la sicurezza
intesa sulle proposte per l’immigrazione
intesa sulle proposte per il diritto d’asilo
flessibilità stoccata dal professore
il rito immutabile della presentazione
il benessere diffuso
lavoriamo di giorno e ci divertiamo di notte
un’ondata di materialismo
fiaccherebbe lo spirito indipendentista
non possiamo venir meno alle nostre responsabilità
verso gli alleati
sarò io a ordinare l’attacco
forse il luogo ci costringerà ad un vero pentimento
l’equilibrio non è un lusso
la lotta di classe si riversa negli atti di criminalità
niente paura quelli pericolosi restano dentro
nelle vetrine sono in mostra giubbotti antiproiettile
e auto corazzate
si stipulano contratti con i capi del clan
il figlio non cammina ed allora lo porta a scuola in braccio
il sindaco vuole soldati anti-immigrazione
uccise la sua ex per droga e poi la gettò in autostrada
venduta la casa degli orrori
brigatista catturato nel sexy shop
rubati cinque purosangue per le corse clandestine
trovati i panini dell’ultima cena
domani tutti al porto alla scoperta dell’america
da domani ci si può arruolare per la prima guerra d’indipendenza
topolino cerca maggiordomo
il consiglio dei ministri allarga le braccia
i vichinghi occupano la piazza rossa
le cascate del niagara vanno in tilt
gli etruschi inaugurano la nuova ferrovia
il papa cerca casa
l’invenzione della bussola crea scompiglio alle nazioni unite
gli assiri e i babilonesi assieme ai prossimi campionati del mondo
invasione cavallette: panico alla casa bianca
i servizi segreti arrestano cagliostro
i servizi di cagliostro non erano igienizzati ad ogni scarico dell’acqua
il ministro dell’idraulica scarica il barile
bisogna dare un colpo alla botte ed uno al cerchio
il cerchio si stringe attorno alla mafia
il capo dello stato ha un cerchio alla testa
alla testa del paese ci vorrebbero i comunisti
il comunismo ci dà alla testa
i comunisti si alleano con i linotipisti
i linotipisti entrano in pista
pista chiusa alla malpensa
chi malpensa non lo dice
tre civette sul comò
ambarabà cicì cocò
senza saltare sui banchi
grazie
alcuni saltimbanchi
segnano alberi da frutto trasognati
per cerchiare tamburi dorati
e monete
con scimmie e trapezisti
ho passato un’intera notte
a travasare pezzi della mia vita
tra un figlio e l’altro
tra mia madre e l’altra
tra un amico e l’altro
e si congestionano
queste cinghie sanguigne
ripensando alle uccisioni in diretta
appiattite
contro il piombo letterale dei giornali
il tempo
ci sparge sulla testa
le candele impaurite del dolore
in fondo allo sgabuzzino della paura
è rimasto solo un paio di scarpette rosse
con dentro riccioli biondi
e sghignazzate di soldati grigi
mi hanno raccontato
forse ci hanno raccontato
che la vita si conquista alla fine dell’ultima notte
quando si intravede
nascosta dietro il latte in un bicchiere
la forma della madre di tutte le cose
mi hanno insegnato
forse ci hanno insegnato
a riconoscere i passi di danza della chiocciola
e ciò che rimane di un battesimo
non sporchiamo di lacrime i disegni dei bambini
non insegnatemi
a riconoscere il pianto di bambini
è il tempo
che si accorge di tutto
è l’aria
che si accorge di ciò che capita in giro
e poi scrive ciò che vede
è l’acqua
che cerca di ricoprire
e nascondere
tutto ciò che incontra sul cammino
ma le sue memorie molecolari
registrano tutto
e lo portano in alto
poi
piove il risultato
sul tavolo da lavoro degli angeli
le voci innocenti
rimangono appese al vento
ed oscillano per molti inverni
come le tracce fuggitive dei cervi
la neve dei boschi
non raccoglie le tracce dei cervi
quando il peso leggero
disegna lo sparo
i piedini dei bimbi morti
non crescono più sulla neve di birkenau
e nessuno
si è preso la briga di contare i nomi
ed i mattoni caldi
che compongono il tramonto dell’allegria
dopo mille anni
i ciliegi testimoni
hanno scelto il colore dell’innocenza
ed hanno inventato radici contorte
per innalzare il nuovo muro
e raccontarlo ai turisti
fuori dai muri
aspettano
adesso
i ladri di ciliegie
non porterò più
le ali sulle spalle
e neanche orologi finti o ritratti di madri
non porterò più
pietre e ruscelli
per disegnarmi gli occhi
per tenere sveglia la pioggia
teniamo sveglia la pioggia
per bagnarci le ali
così
potrò andarmene in giro
a vedere stelle e frutti
e piramidi
e giocattoli e viole e falchi
girandole e tramonti chiari
e pensieri
sporchi di marmellata
teniamo sveglia la pioggia
per bagnarci le mani
così
potrò andarmene in giro
a vedere la luce del mondo
e gli amori fuggiti
da riprendere
poi
alla fine della sera
teniamo sveglia la pioggia
per bagnarci la polvere del cuore
così
potrò andarmene in giro a danzare
con queste quattro gocce di giacinti
sulla terra
teniamo sveglia la pioggia
per bagnarci le parole
così
potrò aspettare
per scrivere un nome nuovo
sul calendario trasparente