LETTERA AD UNA POESIA MAI SCRITTA
Lettera ad una Poesia mai Scritta
Cara Poesia mai Scritta,
ti scrivo questa mia, qui, dalla soffitta di casa Corsivart, in cui vivo, quasi da eremita, da più di un anno. Questo pomeriggio, tornando dal mio lavoro di impiegato scrivano, sono passato, come al solito, del resto, davanti al cortile della palazzina affianco a quella che mi ospita. Non riesco a capire il motivo e, quasi senza accorgermene, mi sono trovato ad osservare quel cortile, e tutto quanto esso conteneva e custodiva. Devo confessare che, mai prima d'oggi, non avevo dato bado a quello straccio di periferia che, d'altronde, pensavo non offrisse niente di rilevante e affascinante, da richiedere una qualsivoglia indagine, un motivo per scrutare le pieghe, i particolari, le peculiarità, di cui ogni angolo su questa terra è dotato. Il terreno è di terra rossastra e sabbia; tutto intorno i muri delle palazzine, tutte di tre piani, ornate da minuscoli balconcini, piccole finestre con le imposte verdi, grondaie in alluminio, e poi una interminabile ragnatela di fili , corde, cavetti, su cui volteggia il gran pavese domestico, composto da lenzuola, camicie, asciugamani, mutandoni, vestaglie, fazzoletti, strofinacci, tovaglie e gli immancabili cestini in vimini, all'interno dei quali trovano spesso alloggio panini, cartoccetti di zucchero e sale, uova ed altre specialità alimentari, che vengono scambiate da un balconcino all'altro, quando la bottega del signor Marchand è inesorabilmente chiusa. Sulla terra del cortile assistevo poi ad una serie di attività ludiche: maschietti che scagliavano un pallone mezzo sgonfio in tutte le direzioni, altri con fionde e cerbottane, impegnati in un campionato di tiro al bersaglio, altri ancora che, inginocchiati, facevano rotolare delle biglie in terracotta, all'interno di una pista, scavata probabilmente solo con l'ausilio delle mani e di qualche legnetto. Poi le bambine, naturalmente più posate, meno vocianti, compite nei loro ruoli, all'interno della pianta di una ipotetica casa, tracciata col gesso, e ornata da pietre bianche, fiori prelevati dai vasi nei balconi delle case, e mollette che, molto spesso, precipitavano dalle corde utilizzate per stendere la biancheria. Il tutto offriva parecchi spunti per comporre un testo poetico ma, purtroppo, nessuno ti ha preso in considerazione e tu, da un tempo infinito, vivi in quella specie di limbo, ingeneroso ed iniquo, che lega la tua anima ad un nulla,
ad un vuoto, una sorta di buco nero, in cui la lirica poetica trova la sua nemesi, assoluta e definitiva.
Un caro saluto da paul
22 Settembre 1955, casa Corsivart, rue des Meuniers, Lille