UN IDRAULICO
Un idraulico
Vincent Corletti era stupido. Vincent Corletti era un idraulico. Vincent Corletti era un idraulico stupido, ma non tanto stupido da non fare abbastanza bene il suo lavoro.
Vincent Corletti era un idraulico, dunque, anzi era l’idraulico, perché era l’unico, a Springfield, a svolgere quel mestiere. D’altro canto Springfield contava, compresi i residenti al cimitero e i nascituri che sarebbero arrivati di lì a tre o quattro giorni (fonte ufficiale Reparto Maternità del “Davenport General Hospital” di Springfield. Ohio), milleottocentoquattordici anime, per cui due idraulici, forse, sarebbero stati una esagerazione. Il lavoro, comunque, non mancava: c’era sempre qualche pompa ribelle che si rifiutava di pompare, o qualche doccia che spandeva allegramente in giro acqua marrone, quando un filtro di plastica era stato sgranocchiato da un tasso in cerca di emozioni.
Vincent Corletti era pronipote di emigranti friulani: suo bisnonno si era trasferito nell’Ohio nel 1909, ed aveva tentato la fortuna americana come tecnico agrario.
Vincent Corletti aveva moglie e due bambine, tutte rosse: perennemente rosse di vergogna, per essere troppo piccole per la loro età, rosse di capelli e rosse sulle guance. Abitavano una dignitosa casa, nel quartiere a sud della cittadina, cittadina per modo di dire.
Quella mattina Vincent si recava col suo furgone in casa della signora Hallew per una banale riparazione. La sera prima qualche birra di troppo aveva allarmato i suoi reni, e la mattina si era svegliato con qualche capogiro di troppo, che l’aveva messo sul chi va là. In genere non ci badava più di tanto: questi erano normali segnali che facevano parte della sua esistenza. Quella volta però un nuovo campanello aveva trillato più sonoramente del solito nella mente stupida di Vincent Corletti.
Parcheggiò il furgone di fronte alla farmacia di Doc Browstine (la signora Hallew avrebbe aspettato un po’), ed entrò. Gli scaffali di mogano scuro sciorinavano una superba collezione di vasi e recipienti di rara fattura, bianchi e azzurri, tutti minuziosamente decorati a fuoco e con la loro brava etichetta che indicava il contenuto di ciascuno: Melissa, Aloe, Saponaria, Sodio clorato, Passiflora, Potassio, Ioduro ossigenato, Chinino…
Vincent si sorprese col naso a mezz’aria quando Doc apparve dal retrobottega, in camice bianco, gli occhialetti tondi sul naso a patata, il sigaro spento, perennemente penzolante, a sinistra.
Dimmi, Vincent, gracchiò cordiale Doc, sorridendo debolmente, hai qualche guasto all’impianto idraulico ?
Non so, dottore, rimandò Corletti, non cogliendo minimamente l’allusiva battuta, ho uno strano giramento alla testa. Ieri sera devo aver scolato qualche Budweiser di troppo, e stamattina non mi sono più io. Le gambe quasi non ci reggono…non so…
Siediti qui, ordinò Doc con fare paterno, tralasciando il lessico di Vincent, diamo una controllatina alle gomme.
Vincent sedette sulla poltrona indicata dal farmacista, che gli arrotolò lo sfigmomanometro al polso sinistro e pompò aria nel bracciale.
Centoquarantadue su centonove, caro Vincent. Sarà meglio che ti calmi un po’, per almeno due mesetti. Siamo leggermente alti, qui nell’impianto di circolazione;
sì…ti darò sì…ti…mmm…vediamo…certo…sì… qualcosa…mmm…vediamo…passa domattina, intorno alle dieci…e…mi raccomando niente birre e sigarette…a domani…salutami Sarah e le bambine...
Vincent uscì nel sole ed entrò nel furgone. Riparò il guasto dalla signora Hallew e poi a casa, in veranda, sull’amaca. Riposò e sognò. Si svegliò la sera, la testa pesante, ma si convinse di star meglio.
La mattina, di buon’ora, entrava nella farmacia del dottor Browstine. L’odore misto di spezie, farmaci, polveri, balsami e legno antico gli afferrò narici e stomaco.
Balzarono immediatamente alla sua memoria alcuni brandelli della sua vita di bambino, quando il padre lo voleva con sé nella azienda agricola ereditata dal bisnonno, accanto a maiali e anatre, siringhe e creme antisole per le mammelle delle mucche. Anche lì, ripensò, l’odore era forte e buono, intarsiato dai profumi delle robinie, che arrivava al di là del piccolo ruscello, nelle cui acque, una volta, aveva intravisto sul fondo la sagoma scura e viscida di un…
Doc…doc, chiamò, sporgendo la testa nel retrobottega della farmacia. Nessuna risposta. Vuoto. I raggi illuminavano gran parte dello spazio, affacciandosi dalla finestrona che dava sul cortile interno; una fiera di colori e vetri occupava ogni angolo, e si arrampicava sugli scaffali metallici. Un circo di forme, di sinuosità, di curve, di riflessi; un concerto di provette, flaconi, alambicchi, piastre, bottiglie, etichette; un teatro di pastiglie, cialde, compresse, sciroppi, tisane, erbe seccate al sole, semi, intrugli. Vincent si soffermò sulla soglia, contemplando quella giungla incantata, e si lasciò sopraffare.
Proprio nell’attimo in cui la porta d’ingresso piroettava su se stessa, catapultando all’interno il tondeggiante profilo di Doc, lo stupido idraulico di Springfield intascò una boccetta viola, con la stessa velocità del pensiero.
Doc…siete qui ? farfugliò Vincent, stringendo nervosamente la boccetta all’interno della tasca della tuta da lavoro.
Ah…Vincent…, blatterò stancamente l’anziano farmacista. Ero qui…dalla Blondie…a ritirare il mio vestito nero, per la serata di domani…al Concordia.
Il Concordia. Un hotel, l’hotel di Springfield, l’unico che potesse vantare un simile appellativo. Al Concordia si muoveva il jet-set della cittadina, per le feste di compleanno, per la presentazione della campagna per eleggere lo sceriffo, per salutare un concittadino che emigrava da qualche parte.
Ho la riunione annuale del comitato per la caccia, domani sera, annunciò distrattamente il Doc, e Louise vuole che sia elegante e presentabile…boh…io…io ci andrei in stivaloni e giacca di lana…vai a capirle… le mogli…
Vincent non lo stava ad ascoltare: la boccetta, nella mano contratta, si era fatta rovente.
Allora…ecco qui il tuo intruglio, Vincent…mi raccomando…venti gocce…prima di colazione e venti prima di cena…per sei giorni…sono tre dollari e quaranta….
Vincent uscì dalla farmacia, si sedette al posto di guida, mise in moto, e rimase immobile. Al di là del parabrezza Springfield si muoveva come al solito, con la monotonia immutabile ed eterna tipica di una minuscola cittadina americana del Midwest: nulla cambiava, da sempre, tutto uguale, giorno dopo giorno.
Il trillo del telefono portatile lo sorprese e sussultò sul sedile, strappandolo alla trance nella quale, per pochi secondi, era piombato. Vincent, allora? Sei in ritardo di mezz’ora…Vincent…il mio lavandino perde sempre di più…
Ah, signora Tracey…scusate…ora arrivo…avevo il furgone…al garage…un controllo ai freni…i…i freni…arrivo…arrivo subito.
Quella vecchiaccia acida non la sopportava, ma era tra le poche che pagavano subito, in contanti, sempre sull’unghia, senza fare tante storie.
Parcheggiò sul vialetto di ghiaia, e un minuto dopo era in ginocchio, in cucina, sotto al lavandino, che armeggiava tra chiavi inglesi e…
Oh Cristo, il flacone. Per un momento temette di averlo rotto, mentre si contorceva per avvitare tubi in teflon e bocchette di plastica grigia. Tolse la bottiglina dalla tasca della tuta e…
Strano…ma che strano…non ha nessun odore… pensò Vincent, mentre avvitava frettolosamente il tappo di plastica nera, e poggiava il piccolo contenitore sul pavimento, accanto alla borsa degli attrezzi.
Eccolo nuovamente a tu per tu con il lavandino della signora Tracey, che entrò all’improvviso in cucina, urtando con la pantofola il flacone incustodito. Il tappo, non avvitato a dovere fino in fondo, si separò dalla bottiglietta madre e rilasciò alcune gocce di liquido sul pavimento, prima che Vincent, con un gesto da Guinness dei primati afferrasse il flaconcino, impedendo che andasse disperso l’intero contenuto in casa straniera e nemica.
Oh…mi dispiace…scusa…Vincent…non l’ho fatto apposta…ma cos’è ?, domandò incuriosita la vecchia.
E’…è…un…liquido…speciale per sterilizzare le tubature…contro i microbi dell’acqua dei lavandini, inventò al volo Vincent, sorprendendo gli dei, che osservavano il tutto dall’Olimpo.
Mica male, però, come scusa, azzardò il dio degli idraulici, per essere uno degli stupidi di grado 4-S che abbiamo messo sul pianeta Terra.
Non corroderà mica la mia pantofola nuova, uggiolò la signora Tracey, mentre cercava di rimuovere quel niente che aveva lasciato una insignificante macchiolina violastra sulla punta della sua pantofola, in lana grigio chiara.
No…no…state tranquilla, rassicurò Vincent, non succede niente…assolutamente niente… niente…ecco…signora qui ho finito…il lavandino è a posto…il tubo di raccordo era di tipo vecchio…e si ha tutto riempito di escrescenze di deposito…che si…si…insomma…era da cambiarlo con questo nuovo…qui…supermoderno…fanno sedici dollari e tre cent per il lavoro…signora Tracey.
Vincent Corletti era un idraulico stupido, di grado 4-S.
La signora Tracey, mentre lui blaterava insignificanti e sgrammaticate litanie idrauliche, era già andata in camera da letto, aveva prelevato una banconota da venti dollari dal suo privatissimo Fort Knox (leggi comodino in mogano), aveva girato i tacchi (si fa per dire, in quanto non so quali tacchi possano far parte del corredo in dotazione ad una pantofola in lana grigio chiara), e si era presentata sulla soglia della cucina in tutta la sua smagliante personcina: pantofole grigie, chiare, e questo lo abbiamo già detto due volte, senza tacchi, ovviamente; calzettacce marrone scuro arrotolate sotto il ginocchio; ginocchia rosa mortadella, con peluzzi zigzaganti qua e là; gonnone blu e celeste a quadroni, con tascona sul davanti, decorata con piccoli girasoli gialli, e debordante di forcine per cappelli, fazzoletto in cotone verdino, ago e filo, spille da balia, briciole di biscotti, orologio, chiavi di tutti i tipi e uno stick di rossetto che veniva strofinato in continuazione sulle labbra raggrinzite e sottili; camicia in flanella nocciola, con manica a sbuffo e colletto floscio; manine da bambola e faccia da volpino, sormontata da una scodella di capelli grigiastri, in tinta con le già arcinote pantofole.
Vincent aveva già preparato la ricevuta e, nell’atto di consegnarla nella manina della signora Tracey, il contatto fu innescato. L’indice ed il medio dell’idraulico entrarono in collisione con il pollice sinistro dell’anziana signora, e fu un lampo. Vincent si trovò avvinghiato in un battibaleno dagli ossuti arti superiori della sua cliente, ed un attimo dopo questa cominciò a cercare le labbra dell’artigiano, mentre le vetuste membra gli si incollavano freneticamente in ogni dove; il tutto conditoabbondantemente da mugolii, gridolini, ansimanti muggiti e palpamenti a ruota libera.
Vincent Corletti per un momento rimase impietrito, senza trovare la forza di reagire, incredulo ed attonito di fronte ad una manifestazione così sconsiderata e violenta, inimmaginabile. La signora Tracey non aveva mai tradito, in precedenza, nulla di simile, anzi, passava per una suffragetta inguaribile e timorata di Dio.
Signora Tracey…per favore…ma cosa succede…signora Tracey…devo andare…ma cosa…
Scostò piuttosto brutalmente da sé quel museo di ossa e pelle raggrinzita, raccolse da terra la borsa e i venti dollari, gettò sul tavolo una ricevuta in bianco e quattro dollari, e si catapultò incontro a quel pezzo di Springfield che, sperava, avesse mantenuto una certa parvenza di normalità, almeno riguardo alle rappresentanti del sesso femminile.
La testa sembrava scoppiargli…ma che diavolo…ma che le era preso a quella st…si stoppò coi pensieri in virtù di una sorta di istintivo rispetto, nei confronti di un’anziana, anche se poco prima…
Ma che diavolo…ma perché lei…
Ed ecco affiorare l’istinto ancestrale del maschio, l’atavica sete di caccia, repressa e nascosta per millenni di anni, almeno da quelle parti, a Springfield…ma perché lei…pensava…se fosse stata almeno la signora Halcott, le cose sarebbero state molto, ma molto diverse…pensava…la signora Halcott avrà…credo…cinquantaquattro, cinquantasei anni…ma è tutta un’altra cosa.
Helen Halcott, capelli rosso fuoco, corti, alla maschietta, nasino dritto e piccolo, occhioni grigio azzurri, labbra carnose, un seno alto e sempre in bellavista, scolpito su una figura alta…snella…insomma…non ci sarebbero state ricevute e banconote da venti dollari a interrompere i contatti…se la cosa fosse successa, ovviamente, in casa Halcott…ma non era casa Halcott quella; era stata casa Tracey, che aveva assistito al melodramma appena consumato…pensava Vincent Corletti, mentre si recava da Fooley, in magazzino, a far scorta di tubi flessibili e nastro in teflon, roba da idraulici, anche per idraulici stupidi.
La notte prese sonno a fatica: non riusciva a mettere via da parte ciò che gli era capitato dalla signora Tracey; non comprendeva assolutamente quale demonio si fosse impadronito di lei, per far sì che gli saltasse addosso in quella maniera. Ma, come ben sappiamo, Vincent Corletti era un uomo stupido, un idraulico stupido, e con un grugnito, al quale Sarah da tempo si era abituata, si addormentò, abbandonando ogni ipotesi sull’accaduto.
Potresti per una volta almeno, una mattina almeno, prepararmi le uova come piacciono a me…Sarah…molto cotte…con la crosticina…come le faceva mia madre…e due fette di pane tostato…una volta…almeno.
Era piuttosto nervoso Vincent, quella mattina. Non aveva per niente accennato alla piccola disavventura della sera prima, a casa Tracey; non voleva parlarne, se ne vergognava, in fondo.
Ti alzi tu…te le cuoci tu, da domani, le tue maledette uova, Corletti.
Corletti…mmm…era un brutto segno quando Sarah lo apostrofava con il cognome; ed in effetti da un po’ di tempo la santa moglie del discendente di emigrati italiani non lo sopportava del tutto: si era resa conto che Vincent Corletti l’ avrebbe inesorabilmente trascinata verso una china scivolosa ed infinita, di quelle che è impossibile risalire. Diciassette anni di monotonia, diciassette anni di idraulica, di messe domenicali, di whisky serale, di baseball televisivo, con noccioline incorporate. Diciassette anni di rutti e bestemmie, di teflon e muffa in cantina, diciassette anni di vacanze al lago, sempre nello stesso spiazzo, lo stesso barbecue, la stessa setta di brutali boscaioli e guardacaccia, con rispettive nauseanti mogli e chiassosi marmocchi, che componevano la loro schiera di amici. Si chiedeva se aveva fatto bene o male a sposare quel figlio di emigrati italiani, quell’unico stupido idraulico di Springfield.
Lei era di pasta diversa, lei aveva rinunciato al college, per mettere su famiglia, schierandosi contro sua madre, che aveva intuito le grandi capacità creative della figlia. Tu diventerai una grande scenografa, le ripeteva in continuazione, devi andare a Little Mount, e prendere il diploma. Sai che tuo zio ha una porta aperta per te, sempre…non fa che chiedermelo in continuazione, ma…
Ma Sarah niente, testarda come una mula del Montana; quelle cose che faccio vanno bene per la parrocchia, diceva, ma il teatro, quello vero, è un’altra cosa…io voglio sposare Vincent e fare dei bambini…io.
A stasera, muggì Vincent, uscendo dal retro, dove teneva parcheggiato il furgone, e ricordati le noccioline…stasera viene Alex…c’è la partita…e non prenderle da quello strozzino di Sutherland…vai all’emporio, da Jackie…
Mise in moto, uscì sul vialetto e, mentre attendeva il via libera per potersi immettere sulla Broowind, fu folgorato dal ricordo della sera prima, anzi quasi avvertì schifato il contatto con la massa molle e pastosa della signora Tracey. Cosa le sarà saltato in mente, pensò,…bah, stupida vecchiaccia…se ci riprova…
Ehi, imbecille, che fai… l’urlo del ciclista lo scosse dalla temporanea assenza, si riebbe, e realizzò in un lampo che stava quasi per mettere sotto il furgone quel poveretto di Anthony, il portalettere di Springfield, l’unico portalettere di Springfield. In fondo avevano qualcosa in comune: erano unici in città, nella loro rispettiva attività lavorativa.
Percorse buona parte della Broowind, girò a destra e parcheggiò davanti alla casa viola dei Patterson, due pensionati, i due maestri storici della cittadina, quelli che avevano insegnato storia e geografia alla comunità intera.
Signora Patterson, annunciò Vincent, sono qui per il sifone. Chi si affacciò non era precisamente la maestra Patterson, ma il maestro Patterson, anche se agli occhi idraulici di Vincent la cosa poteva non avere grande differenza: il sifone nuovo era per “i” Patterson, maestra o maestro che fosse.
Oh caro Vincent, flautò il maestro, vieni…entra…accomodati…c’è dell’ottimo caffè, ancora…prendine una tazza…Marta lo fa sempre buonissimo…ogni mattina.
Dopo aver posato la chicchera porcellanata sul vassoio di onice verde, Vincent si caricò sulle spalle sifone e borsone degli attrezzi e si imbucò giù per la scala, verso la cantina.
Il sifone da sostituire era dietro un paravento, che sorrideva, con quel suo sorriso cilindrico, tra scope e vecchie assi di betulla. Fece spazio, sistemò gli attrezzi in bell’ordine, chiuse la valvola principale che erogava acqua in tutta la casa, e cominciò ad allentare le fasce metalliche che reggevano il vecchio sifone. Procedette per altri venti minuti, armeggiando, svitando, manipolando.
Il flacone viola. Era lì, nello scomparto riservato ai nastri e al silicone, affianco alle guarnizioni. Vincent lo vide, lo fissò un tempo infinitesimale, poi continuò il lavoro. Sostituì i raccordi, fissò le fasce nuove, inserì gli ugelli di filtraggio. Infine dovette sigillare col silicone le giunture, per sicurezza. Spesso non era necessario, ma Vincent ormai aveva eletto quella fase finale del lavoro a cerimonia rituale di chiusura, una specie di “ecco fatto”, “il lavoro è terminato”, del tutto. Vincent era un idraulico stupido, del resto. Aveva spesso bisogno di cercare sicurezze in cose insignificanti, per dimostrare a se stesso che quanto veniva da lui scelto ed attuato dava una sorta di imprimatur alla sua vita, un certificato di abilitazione alla sua esistenza.
Del resto da sempre era stato così: da piccolo, otto anni, in famiglia, si addormentava solo dopo aver contato le lamine orizzontali della tapparella della sua camera: trentanove…tutto a posto…sono trentanove…tutto ok…trentanove listarelle ed il mondo…il mio mondo è perfetto…possiamo dormire.
Vincent Corletti non sapeva, a otto anni, che sarebbe diventato un idraulico stupido.
Il flacone viola si era leggermente appiccicato al tubo di silicone…
Quando Vincent lo tirò su dallo scomparto, anche il flacone lo seguì, dondolando, appeso per merito di una invisibile molecola di plastica del tappo, che si ostinava a trattenere l’angolo sinistro del tubo metallico del silicone. Lo afferrò al volo, Vincent, il flacone, prima che terminasse la sua caduta frenetica e verticale verso il pavimento in cemento della cantina dei Patterson. Il flacone viola si era staccato dal tubo di silicone e stava per frantumarsi. Vincent era un idraulico stupido, ma piuttosto abile con le mani. Due gocce del liquido, che erano attorno al tappo, gli rimasero imprigionate tra le dita…
Volete dell’altro caffè, Vincent ? La maestra Patterson apparve come per incanto in cantina.
No…grazie…maes…signora Patterson, si schernì Vincent voltandosi di scatto, ora vado a casa e mi aspetto un bel piattone di patate con i cavoli e una bisteccona…e una bella birra gelata…grazie…e poi io ci ho già bevuto uno…da suo marito…prima.
La maestra Patterson si lasciò sfuggire una leggera smorfia, sentendo quel disastro grammaticale: anche Vincent era stato suo alunno, tanti e tanti secoli addietro, e pareva proprio che nessuno dei suoi insegnamenti preziosi ed amorevoli avesse dato origine a qualche buon frutto.
Adesso qui è tutto a posto, il sifone vecchio ce lo lascio qui a terra…se vengono problemi dopo mi potete chiamare…signora…beh…fa in tutto novantasette dollari e trenta cents…signora Patt…beh novantacinque dollari andranno benis…
Siid, Siiiid, vociò la maestra portandosi sul primo gradino, interrompendo l’idraulico, vuoi essere così cortese da portarmi la borsa…grazie, caro.
Il signor Patterson scalpicciava rumorosamente, in giro per la casa; lo si sentiva, laggiù dalla cantina.
Beh Vincent come sta Sarah…e le bambine ?…si illuminò la signora Patterson, e tu…il lavoro ?
Bene, grazie…maes…signora Patterson…
Puoi ancora chiamarmi maestra…se lo desideri…Vincent…non ci si deve vergognare di chiamare “maestra” la propria maestra…anche se sono passati…mah…vediamo…trentadue anni ? mmm.credo…si…trentadue…
La rugose mani della vecchia maestra si chiusero come una conchiglia sulla destra di Vincent, e…
Fu quasi una folgorazione, un ciclone inaspettato, uno tsunami irrefrenabile.
Vincent fu sopraffatto dagli eventi che improvvisamente turbinarono in quell’angusta e umida cantina, alle dieci e ventiquattro a.m. di quel mercoledì dieci maggio del millenovecento e ottantadue. Nel giro di otto millesimi di secondo, dopo il contatto fra le tre mani, la maestra Patterson fu colta da una diabolica e spasmodica convulsione che la costrinse, nell’ordine, a:
A) Lanciare un grido acutissimo; B) Strapparsi la camicetta celeste, dotata di collettino ricamato all’uncinetto; C) Afferrare per i capelli Vincent con le due mani; D) Schiacciare la faccia dello stupido idraulico sul grinzoso petto bianchiccio e flaccido; E) Portare la gamba destra attorno e dietro la sinistra di Vincent, in una morsa che, per tutti gli interminabili otto millesimi di secondo, risultò essere caratterizzata da una potenza assolutamente inaudita.
Vincent fu preso prima dallo spavento, poi dallo schifo e poi dall’imbarazzante vergogna di trovarsi col naso schiacciato in mezzo agli inesistenti seni della signora Patterson. Le robuste braccia dell’idraulico sollevarono senza grande delicatezza i quarantasei chili della maestra, li staccarono dalla faccia dell’idraulico e li depositarono a sessanta centimetri di distanza dal Corletti, maestra compresa, ovviamente.
Ecco, Mildred, la tua bor…
Sid Patterson fece la sua allegra e vittoriosa comparsa sul set, dove si stava girando la scena in cui uno stupido idraulico tentava di violentare una insignificante e inappuntabile vecchietta (almeno ciò appariva agli occhi del maestro), maestra per giunta, sua moglie da trentasei anni, per giunta.
Mildr…, il nome della consorte dapprima gli si incollò al palato, poi si arrampicò vorticosamente su, su per le coane, arrivò fino alle prime sinapsi, fece quattrocento o cinquecento giretti in lungo e in largo per i due emisferi del cervello, ridiscese rumorosamente lungo il nervo ottico ed alla fine si inchiodò inesorabile sulla retina, dietro gli occhialetti tondi, cerchiati d’oro, gli occhialetti d’oro del signor Sid Patterson, naturalmente, maestro di Springfield in pensione.
Sid Patterson vide solo l’ultima scena girata, l’ultimo ciak, sul set: a sinistra, un ragazzone alto e grosso, in tuta blu, con due manone, un sederone e due orecchione rosse, e dall’altra parte una vecchiettuncola con capelli grigi a crocchia, braccine magrucce e bianche, collanina d’argento per terra, due brioscine sgonfie (una per lato), smorte, sul petto nudo, camicetta celeste a brandelli e un sifone rosso fiammante, nuovo, ben fissato alla parete, perfetto, che faceva la sua splendida figura.
Vincent Corletti era un idraulico stupido, ma sapeva fare bene il suo lavoro.
Il vecchio maestro aveva la bocca semiaperta, la borsa della sua vetusta sposa in mano, tenuta per il manico, e la mano sinistra col palmo aperto, verso la scena, inconfondibile segnale di linguaggio non verbale per dichiarare a grandi e nere lettere cubitali, ed anche maiuscole (ma si abbondiamo) : Mild…Vincent…ma cosa è successo…
Vincent fu il primo a riaversi: d’altronde gli animali sono quelli che, per obbedire al primordiale istinto di sopravvivenza, reagiscono al primo impulso che passa loro per la testa.
Niente…non lo so…niente…signor Patterson…io non ho fatto niente (signori della giuria sono innocente)…la signora…qui…la maes…Patterson mi ha…si…insomma…era qui che…beh…io non ho fatto niente…proprio niente…
Fu poi la volta della maestra Patterson, alla quale fu concesso di reagire: prese la borsa (forse strappò) dalla mano del marito, estrasse il portamonete, lasciò cadere la borsa sul pavimento, si impadronì di due verdoni da cinquanta, ritirò cinque dollari dalla mano di Vincent (questa volta non venne registrato alcun contatto organico), mise i cinque dollari nel portafoglio e sparì nei meandri nascosti della sua cara casetta, piena di libri e di ricordi. Vincent stipò in tutta fretta gli attrezzi nel borsone, guadagnò le scale e si catapultò fuori, senza salutare, senza proferire verbo alcuno.
Chi rimase lì tutto il tempo, senza articolare niente di niente, senza muovere alcun arto o muscolo, senza emettere mugolii di dolore o permettere a qualche vagabonda lacrimuccia di conoscere il brivido della caduta libera lungo una guancia, fu Sid Patterson.
Era pietrificato, e lì rimase per lungo tempo, con le sinapsi e la retina avvelenate dalla irreale visione.
Vincent fermò quasi subito il furgone, dopo trecento metri, di fronte al Coffee Shop di August.
Dammene uno doppio e forte, Ag, tremolò Vincent.
Davanti al bicchierone di whisky, l’idraulico si riappropriò delle sue sinergie (poche, in verità) intellettive. Ma cosa diavolo era successo in quella cantina, vestita a nuovo col il nuovo sifone…ma come era potuto succed…ma che cavolo…prima la signora Tracey, poi la Patterson…ma che diavolo succedeva a Springfield…le vecchie erano impazzite tutte quante…la televisione…tutte lì a fare fitness e massaggi e lifting e ginnastiche per ventenni…con le tutine rosa e celesti…a sgambettare…e poi a ballare…e poi in giro nei pullman…tutte uguali, vocianti, allegre, a visitare musei e chiese…tutte rinate a nuova vita…e poi si lanciavano in ammucchiate orgiastiche…ma cosa c’entrava tutto questo…lì si era trattato di un altro attacco bello e buono, in due giorni…
La mente opaca di Vincent Corletti non dava segni di risposta certa; il suo cervello era una massa vischiosa, con grandi percentuali di segatura e nebbia, una materia grigia troppo grigia, da permettere che lampi di genio vi filtrassero indisturbati, e andassero a imprimervi deduzioni e considerazioni, scale logiche o percorsi di elaborazioni creative. Non ne veniva a capo. Due, fino ad allora, dico due, rispettabilissime vecchiette gli erano saltate addosso, durante il lavoro, di giorno, ed una addirittura mentre il marito era in casa...
Non ne veniva a capo. Scolò le ultime gocce di bourbon, piantò il bicchiere sulla tovaglietta di spugna gialla, lasciò due monete e uscì dal Coffee Shop di August, in piena confusione.
Il furgone, fedele e stupido come tutti i furgoni di questo mondo, lo attendeva immobile, accanto al marciapiede. Ci mise parecchio, prima di avviare il motore; anche per un campione di stupidità gli avvenimenti da poco accadutigli dovevano significare qualcosa, dovevano in qualche modo lanciare segnali allarmanti, anche per Vincent Corletti.
Mentre vagava senza meta per le assolate strade di Springfield, quella tarda mattina di metà maggio, Vincent navigava in una specie di blob liquido, pastoso, un mondo di silicone, vischioso ed estremamente complicato da scrollarsi di dosso. Non capiva, non capiva assolutamente…perché…perché…la…quella…la… signora Patterson…poi…col marito in casa…la maestra…la sua vecchia maestra…c’era una magia nell’aria…un sortilegio.
Vincent non pensò precisamente la parola “sortilegio”, non era in grado di arrivare a tanto; abbiamo utilizzato questo termine per nostra convenienza, per arrivare più velocemente al concetto che vogliamo esprimere.
Continuava a girare in furgone, a vagare mollemente, finchè si trovò, senza accorgersi, in prossimità del ponticello sul torrente Blackstone, di fronte alle Endhills. Ebbe la presenza di spirito di arrestare il suo mezzo di trasporto, rimase impietrito per un buon lungo minuto, poi poggiò la mano sinistra sulla leva di apertura della portiera, la premette e poggiò gli scarponcini sull’erba.
Intorno all’unico idraulico di Springfield era un turbinio di colline gialle e verdi, un florilegio di spume multicolori che danzavano sulle creste acquose del torrente, una moviola di immagini grigie che piroettavano la sua vita, una galleria di facce e ritratti che scorrevano come un mazzo di carte, all’interno del quale ogni tanto riconosceva un viso: sua madre, il nonno di sua madre, qualche compagno di giochi, il gelataio col carretto, il pastore protestante, le figlie, e poi Jack e Janet e Alan e Simon e Tim e Alexia e Robert e Willy e…
Una sirena, in lontananza, lo fece sussultare.
Vincent Corletti era caduto rovinosamente lungo uno scivolo di cristallo, ricoperto di grasso per tubature: impossibile fermarsi o aggrapparsi a qualche appiglio, per potersi salvare. Ciò che gli era capitato in così poco tempo non era contemplato nel suo copione esistenziale; tutto era stato stravolto, tutti gli schemi, semplici e ben registrati, erano saltati, laggiù in quella maledetta cittadina, nell’Ohio, United States of America.
Vincent Corletti, comunque, trovò la forza di scuotersi, di sedersi alla guida del furgone, di avviare il motore, e di portarsi verso casa. Lassù, nell’Olimpo, il dio degli idraulici era dalla sua parte, forse.
Cris…maledizione…Un osso di pollo stava quasi per soffocarlo, a tavola, mentre la centrale di alimentazione del suo organismo ripeteva meccanicamente tecniche e movimenti per la sopravvivenza: individuazione del boccone, trasporto mediante forchetta all’interno dell’orifizio orale, azione di masticazione e di inglobamento tra pepsine e ptialine varie, deglutizione, discesa lungo l’esofago, apertura e chiusura del cardias, tonfo sordo sul fondo dello stomaco, carica del settimo cavalleggeri a forma di succhi gastrici.
Ma cos’hai, Vincent…azzardò Sarah, mentre il marito stupido e idraulico estraeva l’ossicino pollifero dalla bocca…sei strano, da un po’ di tempo…
Non lo so…Sarah…non lo so…i clienti…non pagano…e pretendono…tutti quanti…tutto subito…e Vincent vieni qui…e Vincent fai questo e ripara quello…non lo so…non lo so…cosa succede a questo paese…proprio non lo so…
Il pomeriggio sonnecchiò un’oretta, sulla veranda, lasciandosi cullare dall’amaca, ed ebbe un incubo…
Correva disperatamente sulla Main Street di Springfield, avvolto da una enorme tuta rossa, piena di tasche e cerniere, e ad ognuna di queste era attaccata una piccola testa femminile, una bionda, una nera, una castana, una bianca, una rossa, una…e correva, correva, e la strada non finiva mai, non c’era orizzonte, era una nastro enorme, un mostro verticale d’asfalto…
Si svegliò, sudato e ansimante, stupidamente allarmato: Vincent Corletti era un idraulico stupido.
Signora Milley, qui ci dovrebbe da cambiare la giuntura e la guarnizione…se la rischia di allagare tutta la sua casa…e anche la cantina…giù…bisogna farlo presto…signora Milley, presto più possibile.
La signora Milley, una quarantenne avvenente, vedova, sola, in tuta da jogging, lo ascoltava appoggiata allo stipite della porta, sull’uscio della cucina. Ebbe un moto di compassione per quell’idraulico ignorante, che non riusciva a mettere insieme due parole, ma d’altronde non si poteva fare altrimenti: Vincent Corletti era l’unico idraulico della cittadina, e della contea, per giunta.
Vincent, sbuffò Rita Milley, vedova ed in tuta da jogging, faccia quel che deve…basta che non corra il rischio di affogare, una notte o l’altra, mentre dormo…
Vincent uscì sul vialetto, raffazzonò il necessario per la riparazione, rientrò in casa, e dispose il tutto sul pavimento: chiavi inglesi, tubi, silicone, collante, fascette metalliche, panno, filtrini…
La boccetta viola gli si materializzò come per incanto nella mano destra, rilasciando quattro molecole di liquido, quattro imprimatur eterni, quattro capriole dense e leggermente untuose sul polpastrello dell’indice della mano destra di Vincet Corletti.
Lavorava meccanicamente, ripetendo, senza accorgersene, mille movimenti collaudati mille volte, a ripetizione, a memoria. Sulle mattonelle color panna, sopra il lavandino della signora Malley, veniva proiettato un film visto e stravisto, un documentario sull’arte idraulica, soggetto di Vincent Corletti, sceneggiatura di Vincent Corletti, regia di Vincent Corletti, interprete principale Vincent Corletti.
Signora…signora Malley…qui…avrei finito…ho finito il lavoro…tutto okay, adesso a posto…
Rita Malley entrò in scena, sul set, con costume di scena, trucco di scena, e tutto quanto il copione aveva suggerito.
Ho finito…qui…signora…a posto…adesso…ripetè Vincent Corletti, come da copione,…è a posto…adesso…il suo lavandino…ho messo la guarnizione, la giuntura, quella originale…e fanno sedici dollari…signora Mall…
Rita Malley aveva in mano tre banconote da dieci, strette, tra le dita, lungo il fianco destro, appoggiato alle ondeggianti venature verticali dello stipite: la locandina del film, in bianco e nero, con le scritte ad arco, lungo tutta la vita idiota di Vincent Corletti.
Ecco, Vincent, e tieni pure il resto, soffiò Rita Milley, adagiando due banconote da dieci tra le falangi brunastre dell’interprete principale, e permettendo alla terza banconota da dieci di scivolare in una tasca della tuta da jogging.
La cerniera della tasca, però, non si richiuse, non ritornò al capolinea, impedendo al mondo esterno di percepire la presenza del danaro; no, signori miei, un angolino minuscolo della banconota da dieci spuntava irridente dalla tasca sinistra della tuta da jogging, sul petto di Rita Milley; non ci fu il tempo per chiudere la cerniera: il regista, o meglio il dio dei registi, aveva urlato la fatidica parola di sei lettere, una parola usata e strausata, lassù, nella Hollywood dell’Olimpo: AZIONE.
E azione fu: due o tre milioni di molecole dell’unghia dell’anulare destro di Rita Milley ebbero un conflitto a fuoco, una battaglia cruenta e brevissima, uno a scontro violentissimo con altri due o tre milioni di molecole del liquido della ormai famosa boccetta viola; liquido che si era preso una vacanza tra le pieghe della pelle dell’indice destro di Vincent Corletti. E fu la tenebra. Angeli grigi e neri caddero dai tralicci dell’alta tensione, i telefoni squillarono impazziti, le sirene della polizia ulularono alla luna (la luna c’era, anche se non la si poteva vedere, durante il giorno), i coni gelato di Pat O’ Brien (il gelataio ambulante, naturalmente) schizzarono fuori dal carretto e si misero a correre all’impazzata verso il parco cittadino, inseguiti dai cani del quartiere, mentre le campane della Santa Victoria Church imbastivano una jam session con gli idranti della Helley Street; tutte le milleventisei cartoline illustrate di Springfield, quelle per turisti, intendo, si capovolsero, nei loro espositori di plastica bianca.
In casa Milley, Rita Milley e Vincent Corletti abusarono dei loro corpi; è inutile star qui a dilungarsi troppo. Tutto è ben chiaro, agli occhi ed al cervello dei nostri lettori, ormai usi a queste umane vicende (soprattutto quelle relative al signor Corletti, idraulico e stupido).
Quando la mattina dopo Vincent catapultò nervosamente il palmo della sua mano destra sul pulsante dorato della sveglia, dando la stura ad una nuova giornata, Sarah non si mosse; Vincent la udì emettere un flebile lamento, laggiù, verso gli orizzonti sconfinati del comodino in faggio verniciato, addobbato da centrino bianco all’uncinetto, abat-jour rosa con perline in dotazione, spazzola in plastica per capelli, pillole contro il mal di testa, romanzo di Anna Werklin ( “Le foglie non sempre cadono in autunno”, 1955 ), forcine, fazzoletti in carta, qualche spicciolo, una penna ?!?
Cosa è che hai, Sarah, le chiese borbottando, ancora mezzo rimbecillito dalle vicende appena trascorse.
Mah, non so, ho un forte mal di testa, credo che oggi non alzerò un dito, per tutta la giornata…chiama le bimbe e portale a scuola…poi…poi ci sentiamo…
Sarah si tirò sulla faccia tutte le coperte del mondo, rannicchiò le ginocchia, e si accucciò su alcuni pensieri foderati di flauti e arcobaleni irlandesi.
Vincent si pilotò fuor dal letto, svegliò le figlie, fecero insieme colazione a base di scaffali da supermercato reiterato, e ordinò poi alle ragazze di salire in auto: avrebbe preso la borsa da lavoro e sarebbero andati incontro ai loro tre diversi destini, in quell’umidiccia mattina del 23 maggio.
Vincent scese gli scalini della cantina-laboratorio, dove una fiera mercato di attrezzi e schifezze sacrosante facevano bella mostra di sé, offrendo allo spettatore scenografie ed emozioni eisesteiniane, difficilmente reperibili altrove: era il regno di Vincent Corletti, il palcoscenico della sua creatività senza limiti, dove venivano composte le sinfonie eterne della sua sconfinata stupidità. Mi viene in mente una frase di Churchill, a questo proposito: “Ci sono due cose al mondo, che non hanno limiti: l’universo e la stupidità umana”; ma questo non dà l’esatto segno della nostra storia, vogliate scusarmi…
Vincent si accostò al bancone da lavoro, trafficò con alcuni attrezzi, mise due o tre guarnizioni nello scomparto relativo e….
La bottiglina viola lo ipnotizzò per qualche istante, lo fulminò, gli fece irrigidire tutto l’impianto delle sue personalissime sinapsi, il tempo e lo spazio persero d’importanza, laggiù, nella cantina della famiglia Corletti.
Il flacone viola era lì, in silenzio, che lo guardava e gli sorrideva; il flacone era lì , che si sforzava di lanciare messaggi e piccioni viaggiatori, per far capire a quell’idraulico come erano andate le cose.
E Vincent ebbe un messaggio, gratuito, dagli dei.
Il filmino superotto dei giorni appena trascorsi si mise in moto, stampò i sottotitoli a caratteri maiuscoli, in neretto, su fondo chiaro, per risultare leggibili e chiari anche per uno stupido esponente del genere umano, categoria 4-S.
E Vincent lesse il tutto, avidamente, e capì…la bottiglina, il flacone…il liquido viola…era sempre lì, ogni volta…e tutto era cominciato da quando si era messo in tasca quella dannata boccetta…ma certo…oddio proprio dannata no…se ripensava al collegamento tra il liquido viola e Rita Milley…se ciò era possibile, se questo sortilegio sconosciuto avesse mai potuto tradursi in realtà…la boccetta…ma si…forse…ripensò mentre la osservava, lì, nello scomparto affianco alle guarnizioni.
Tirò su tutto…agguantò borsa e determinazione, salì in auto e accompagnò le ragazze a scuola.
Appena queste sparirono alla sua vista, mescolandosi al verde del prato e agli aquiloni festosi che, urlando e ridendo, si lasciavano inghiottire dal portone della “Swandsson School”, Vincent Corletti rimise a posto i pezzi del suo piano, appena partorito, “Verifiche & Controlli”: durante il tragitto casa-scuola aveva tentato un disegno, dentro il suo cervello, un progetto che gli avrebbe dato una risposta: c’era una strettissima relazione tra il liquido viola di Doc e le attività più o meno goderecce avute in collaborazione con la signora Tracey, la signora Patterson e Rita Milley ?
Giunse alla conclusione che non avrebbe avuto proprio niente da perdere: inavvertitamente una goccia di liquido viola sarebbe entrata in contatto con la cavia prescelta, e lui avrebbe atteso il risultato, senza fare un movimento, senza mettere in campo un solo muscoletto, poi avrebbe avuto la conferma.
Si trattava adesso di scegliere la cavia, pensò davanti al rosso accecante del semaforo tra la Remington e la Great Falls; nell’attimo in cui la metamorfosi cromatica si verificò (il passaggio dal rosso al verde), Vincent Corletti ebbe la risposta: Brenda Allison.
Brenda, una sua coetanea, una bruna esplosiva e procace, single, una delle bellone della cittadina, sempre super agghindata e truccata, commessa da “Gorly’s”, un general store alla periferia di Springfield. Brenda stava al reparto più adatto alla sua personalità ( ed al suo intreccio fantasmagorico di curve) e cioè al reparto “Beauty and Parfum”.
Quante volte l’aveva spiata, per così dire, all’ufficio postale, alla festa di primavera, laggiù al fiume, per strada; era il classico tipo di donna che faceva girare la testa (atlante ed epistrofeo compresi) a tutto il serraglio maschile di Springfield. Brenda Allison si, sarebbe stata lei la cavia numero uno.
Quella mattina aveva un solo appuntamento per un sopralluogo dagli Harold, per un controllo agli scarichi dei bagni; ci sarebbe andato verso mezzogiorno, pensò, mentre svoltava in Wellington Avenue, verso il grande magazzino.
Brenda, Brenda Allison, irraggiungibile e fatale; non le era mai successo niente, a livello idraulico intendo; non c’era mai stato bisogno di lui, a casa Allison, per qualche riparazione o qualche installazione. Vincent Corletti, credo, non sapesse neppure dove stava di casa Brenda Allison. Mentre era lì che si torceva le budella per l’eccitazione (e per la paura sull’esito dell’operazione) Vincent si trovò nel bel mezzo del parcheggio. Spense il motore, e respirò a lungo, lentamente, per cercare uno spicchio di concentrazione. Dopo alcuni minuti scese dal furgone, passò sul retro, spalancò il portellone ed aprì la cassetta in legno e alluminio delle meraviglie: affianco allo scomparto delle guarnizioni la boccetta era là, che lo coccolava con il suo riflesso violaceo, sotto il sole debole di quella mattina di maggio, a Springfield, Ohio.
Stette alcuni secondi a rimirarla, tenendo le mani sui lati del coperchio della valigetta, quasi in adorazione, tremante, sudacchiando leggermente.
Poi agì: estrasse il flaconcino dalla valigia, lo mise in tasca, chiuse la cerniera e l’auto e si diresse verso il magazzino.
Cosa diavolo tengono l’aria condizionata aperta adesso, a maggio, a cosa serve, pensò, dondolandosi mollemente tra i vari reparti…non aveva fretta, alcuna fretta.
Giocattoli, ombrelli, scarpe, detersivi, colle, libri, piccoli mobili, casalinghi, biancheria intima (quando il suo sguardo incontrò improvvisamente reggiseni e slip avvertì una specie di balzo al basso ventre, una leggera improvvisa compressione involontaria).
Si soffermò al coffee shop, poi andò dritto alla mappa che educava il cliente sulla precisa dislocazione dei vari reparti. Ecco qua, profumi e prodotti di bellezza, reparto lilla, secondo piano. La scala mobile andava su con uno strano sferragliare, ritmico e sordo.
Il secondo piano era un labirinto di colori, banchi, scaffalature, espositori, stendardi pubblicitari che pendevano dal soffitto, e poi moquette rossa, dappertutto, una moquette rossa, un rosso scuro, ovattato, sensibile. Pochissimi i clienti, anzi “le” clienti, in uno spazio così grande. Profumi e delicate brezze accarezzavano l’aria, tutto era immobile, quasi sospeso. Qualche commessa risistemava il reparto dei rossetti, un’altra applicava i cartellini dei prezzi, un’altra ancora si impigriva a studiare una rivista di moda. Vincent ebbe un sussulto di paura, tutto così irreale per lui, era un ambiente che non poteva controllare, non ci si sentiva a suo agio.
Poi la vide, la Allison, con l’uniforme azzurra, i capelli raccolti, il cartellino con il nome sul seno, scritto in corsivo, in lettere d’oro: Brenda.
Come mi piacerebbe “brendere”, pensò Vincent, permettendo a qualche lontana reminiscenza italiana di emergere chissà da dove, e di comporre quel gioco di parole, lì, al volo, nonostante il martello pneumatico che si scatenava nelle zone inguinali.
E comunque esitava, tergiversava, guarda distratto qualche etichetta, qualche depliant sulle proprietà miracolose dell’aloe vera, annusava qualche profumo, da donna e da uomo, un dopobarba al sandalo…
No, non era per lui, troppo preciso, tutto troppo perfetto, asettico (asettico lo diciamo noi, non lo pensò Corletti), tutto troppo…
Si ritrovò sulla scala mobile che portava al piano inferiore: ci montò svogliatamente, col naso per aria, col flacone viola che gli pulsava violentemente tra le costole.
E’ meglio che lascio perdere tutto, forse, pensò Corletti, troppo difficile…troppo pericoloso…
E proprio in quel momento la boccetta viola, dentro la tasca della tuta, diede il via alle danze propiziatrici, organizzò la sua cerimonia sacra per far esplodere tutto l’universo…
Vincent Corletti si ritrovò nel reparto abbigliamento maschile, circondato da impermeabili, maglioni, giacche e…
Posso aiutarla, signore ?
Due occhi verdi gli si incollarono addosso, all’altezza dello sterno, più o meno.
Due occhi verdi che facevano da corredo a venticinque anni, circa, di fascino latino: di carnagione bruna, capelli corti nerissimi, labbra incastonate in un sorriso perenne, uniforme celeste, mani che parlavano un linguaggio tutto loro, indipendente, e quei due laser verdi che entravano dappertutto, devastavano il reparto abbigliamento maschile, il parcheggio fuori, la periferia di Springfield, la campagna, lontano…fino a Cleveland, fino a buttarsi nel lago Erie…
Oggi tre camicie, a scelta, venti dollari…solo per oggi…è una occasione da non perdere…signore…
Mmm… si…già…grazie…grazie…guardo qui, in giro, un po’…grazie… imbastì Corletti, senza aver capito un accidente.
Si allontanò dai due laser verdi di almeno dieci metri, si aggrappò disperatamente ad un grande vascone blu, stracolmo di T-Shirt coloratissime, tre pezzi dieci dollari e cercò di pensare.
Vincent Corletti era in pieno stato confusionale: le camicie erano diventate tutte viola, le magliette organizzarono un girotondo viola attorno ai lampadari viola, i due laser verdi piroettavano luci viola in tutte le direzioni…e poi Brenda Allison…e Sarah e Rita Milley ridevano, mentre lanciavano guarnizioni idrauliche in oro massiccio all’interno di una bottiglietta viola colma di un liquido viola.
Strinse le mani sul bordo del contenitore, le serrò fino a procurarsi del dolore, fino a ritornare ad una soglia accettabile di autocontrollo.
Cosa ho da perdere…niente…ho da perdere…adesso mi metto due gocce sul dito…anzi scelgo una giacca…la provo nel camerino, chiamo i due laser verdi per avere un parere professionale…e poi qualcosa accadrà…forse…
Vincent arraffò allora una giacchetta leggera, grigia e blu, comunicò a distanza la sua scelta e l’intenzione di provarla con lo sguardo, si diresse verso un camerino, tirò la tenda, sfilò la parte superiore della tuta, indossò la giacca, niente male però, pensò, è anche bella, rimirandosi allo specchio…le gocce…le gocce…presto…le gocce.
Vincent Corletti strappò quasi la cerniera della tasca della tuta, ne estrasse tremante il flacone, svitò il tappo, si umettò la falange dell’indice destro, richiuse e ripose il tutto, e mise fuori il naso…
I due laser verdi erano lì, a un metro, che furoreggiavano roventi e silenziosi, molto silenziosi…
Le sta davvero molto bene, signor…veramente bene…a parte la…
E Laserverdi ammiccò in corrispondenza della parte bassa della tuta da lavoro di Corletti.
Beh…si…certo…sa…provavo così, per vedere…la tuta…beh…questa non c’entra niente…ecco…qua…
E Michelangelo si mosse, si mosse la Cappella Sistina, e si mossero soprattutto le due mani, le due dita, per la precisione.
La “Dio&Adamo Touch ltd” si mise in moto con tutti gli angeli e, specialmente, con tutti i diavoli: le dita si toccarono, quelle di Corletti e di Laserverdi, e Corletti fu sopraffatto dagli eventi.
La ragazza gli si inchiodò letteralmente addosso, all’interno del camerino prove n. 6 del reparto di abbigliamento maschile del grande magazzino di Gorly’s, a Springfield, nell’Ohio.
Tornando in città, Vincent era come inebetito: guidava il furgone meccanicamente, con precisione robotica, senza sbavature o intoppi, tutto perfettamente, troppo perfettamente. Gli Harold e i loro problemi idraulici erano già stati da tempo ricoverati nell’ampio hangar che fungeva da dimenticatoio, nella testa di Vincent Corletti.
Che ragazza…che meraviglia…ma come era stato possibile che io…ma poi lì dentro…e non se n’è accorto nessuno…incredibile…incredibile…
Lo stupido idraulico di Springfield era fuori di sé, la cosa funziona, continuava, funziona davvero.
E a questo punto non aveva più dubbi, il flacone viola era infallibile, ed era infallibile il suo liquido soprattutto, che dimorava all’interno.
Ecco giustificato tutto: la signora Hallew, la signora Patterson, Rita Milley e, naturalmente, Laserverdi.
I giorni e le settimane che seguirono, come si può facilmente immaginare, furono cadenzati da un rigoroso programma, attento e scrupoloso.
Vincent Corletti contattava le signore (e le meno signore) di Springfield in tutti i modi: fissava appuntamenti telefonici sempre al mattino o di primo pomeriggio, quando mariti e fidanzati erano al lavoro; sceglieva accuratamente signore sole, o con figli lontani, al college; si informava sulle abitudini, sugli orari, sugli spostamenti delle sue “pazienti”; annotava tutto con grande meticolosità (cosa tipica degli stupidi). Era comunque giunto alla conclusione che ogni visita sarebbe stata sicura, oltre i limiti: una volta entrato in casa per un controllo, una riparazione, un consiglio su cosa fare per il giardino o la lavatrice, Vincent si informava per benino per evitare accuratamente eventuali intoppi o cambiamenti di programma (come, ad esempio, ritorni improvvisi di mariti e simili).
Passarono così circa due mesi, di bagordi e appostamenti, di inganni, di tradimenti continui; ormai tutte le signore (e non solo le signore) di Springfield avevano avuto il piacere di ricevere le disinteressate attenzioni di Vincent e del suo flaconcino viola.
Una volta Corletti era entrato di soppiatto nel retro della farmacia di Doc, ed aveva dato uno sguardo alle centinaia di bottigline colorate, sparse sugli scaffali e sui tavoli, con qualche granello di polvere in più, dall’ultima volta, da quell’ultima fatale volta.
Ma il nostro idraulico non aveva fatto scoperte interessanti, almeno questo credeva lui. Il liquido viola era quasi terminato, e forse Vincent, sull’onda dell’entusiasmo, avrebbe voluto trovare qualche altro interessante diversivo, da affiancare alla routine immutabile del suo lavoro idraulifero.
Sarah aveva ovviamente avvertito il cambiamento del marito: lo sentiva così lontano, miglia e miglia, dall’altra parte del globo terrestre.
Mangiava raramente in casa, era spesso svogliato e stanco; le domeniche, o gli week end in genere, non erano più testimoni delle scampagnate insieme con i vecchi amici; talvolta Vincent usciva per qualche misterioso sopralluogo, anche durante il fine settimana…
I Brownswich ci sono solo oggi…per il controllo…torno subito.
Oppure: vado e torno in un attimo…vengo per cena…ciao…
Sarah era ormai rassegnata, e d’altronde la sua storia con Vincent aveva già da tempo intrapreso un percorso nuovo, qualcosa di segnato, di incontrovertibile.
Lunedì diciassette luglio millenovecentosettantadue Vincent mise in moto il furgoncino piuttosto presto, intorno alle sette.
La domenica precedente aveva passato tutto il tempo davanti alla televisione, tra baseball, programmi idioti a quiz (a Vincent non piacevano tanto in quanto non conosceva praticamente mai le risposte alle varie domande), alcuni telefilm e tanta, tanta pubblicità.
Faceva già piuttosto caldo, e umido: Corletti si lasciava avvolgere dalla nebbiolina ovattata del mattino, che l’asfalto restituiva in larghi fiocchi penzolanti, qua e là, irregolarmente, lungo il risveglio lento di quell’estate, in una cittadina quasi vuota, per le vacanze.
Il vedovo Tranton stava in fondo alla Jefferson, in una grande villa, con grande giardino e grande staccionata bianca. Tranton aveva perso la moglie otto anni prima, per un male improvviso ai polmoni. Vincent ricordava il funerale, il cielo azzurrissimo di settembre, di quel pomeriggio del millenovecentosessantaquattro.
Si andò poi da Ray’s a mangiucchiare qualcosa, come è usanza, da queste parti.
Mentre rigustava con la mente i giganteschi sandwich al formaggio di Ray, il ghiaino del vialetto di mr. Tranton lo avvisò che la destinazione era stata raggiunta.
Saltò giù dal sedile, prese carta e matita e sprofondò il polpastrello dell’indice sinistro contro il campanello in ottone.
Ah…siete voi…mister Corletti…prego…ecco qua…per di qua…si accomodi…un tè…mister Corletti ?
Vincent Corletti non era abituato a tante cerimonie, lo mettevano un po’ a disagio, non era roba per lui.
Ah…grazie…signor Tranton…grazie…ah ecco qui…si…magari dopo…un tè freddo…si grazie… freddo…dopo…grazie…
Si guardava in giro, Vincent Corletti, un po’ stupito da quella villa che era diversa dalle altre, dalle tante altre visitate, per motivi professionali…e non solo…
Qui era diverso…come dire…tutto tipo cinema; non scaloni e colonne, marmi e specchi, ma legno chiaro ovunque, libri, quadri, bassi tavolini con vassoi, e tende, e fotografie, tante fotografie, in bianco nero e marroncino (a Corletti sfuggiva il termine “seppia”, proprio del gergo fotografico)…e poi ancora sedie strane, sculture in plastica arancione e nera, lampade altissime, piene di specchietti che si muovevano…e poi maschere di legno nero appoggiate a terra…e un gufo…eh si era proprio un gufo…con gli occhi gialli…il gufo di pietra bianca…con gli occhi di pietra gialla…
Viene dalla Cina…da un viaggio…assieme con la mia Mary…
Gli occhi di Sidney Tranton traballarono un poco, alla luce di quel mattino di luglio, a Springfield.
Bello…si…bello…ecco…signor Tranton…sono qui per quella visita al giardino…per l’impianto…che mi avete detto…che…
Si…certo…certo…venite…per di qua…mister Corletti…per di qua.
Sfociarono in giardino, dal retro del salottino verde (forse era proprio così che si chiamava: era tutto verde, anche le piante, ah …ah), e Vincent fu subito colto da meraviglie e da emozioni mai conosciute prima d’allora, in campo botanico, naturalmente.
Fiori ed alberi dappertutto, colori e foglie, piccoli e meravigliosi capolavori della natura: abeti bianchi, orchidee, petunie, nasturzi, rose di ogni colore, calle, girasoli, larici, olmi, castagni, meli, peschi; non tutto era naturalmente in fiore, data la stagione, ma il verde era sovrano, la natura di quel piccolo eden si era sfogata, con la collaborazione gratuita di quel microclima benedetto che arrivava dall’Erie.
Corletti non ne conosceva uno, di quei fiori e di quelle piante, ma era ammutolito dalla bellezza e dalla grandezza degli spazi, inimmaginabili da fuori, a guardare dalla Jefferson.
Ecco…signor Vincent…signor Corletti…vorrei fare un impianto nuovo…per le mie piante…e poi le luci nelle vasche delle ninfee…e poi una specie di pioggia…un po’ calda…per le piante tropicali…
Vincent annotava tutto, sul suo taccuino, prendeva misure e faceva schizzi a matita, fotografava con la mente ogni dettaglio; Corletti era stupido, ma sapeva fare il suo lavoro, anche se questo lo abbiamo già detto.
Dopo una mezz’ora di passeggiata tra il verde Vincent Corletti si fermò di fronte ad un ficus ed annunziò solennemente: Bene…signor Tranton…tra quattro…cinque giorni le farò avere un preventivo per tutto il lavoro…credo che ci vorrà un mese di lavoro…a occhio e croce…si…già…un mesetto buono…si circa…
Sidney Tranton sorrise annuendo, offrì a Vincent una limonata fresca, che fu tracannata senza alcuna decenza, e poco dopo il furgone bianco del Nostro si dirigeva mollemente (per via delle gomme sull’asfalto piuttosto calduccio) verso casa.
Lungo il tragitto Vincent faceva macinare il contascatti a forma di dollaro, che custodiva in una certa parte del cervello di destra: generatore…indipendente…impianto autonomo per le luci…centralina…ugelli al titanio…quelli buoni…canaline per le tubazioni, spie di controllo autonome, orologeria di regolazione…mmm…molte parti dovrò farle arrivare da Cleveland…col catalogo “Hydro’s”…sarà meglio…già…
Vincent Corletti per un periodo si riversò in un mondo ormai quasi dimenticato: questo nuovo incarico lo rivitalizzò, gli offrì nuova linfa, anche se c’è da dire, molto onestamente, che l’attività “clandestina” continuava, seppure in tono minore, con progetti più mirati, obiettivi più a lungo strutturati, quasi cinicamente. Anzi potremo dire che l’attività clandestina di Vincent Corletti stava scivolando pericolosamente verso nuove avventure, nuove scoperte, fino ad allora per lui inimmaginabili.
Le sue “pazienti”, o cavie o vittime, se preferite, si rivelavano, dal punto di vista anagrafico, sempre più giovani: si era scesi lentamente fino ai ventiquattro, ventidue anni, per poi giungere alla soglia dei diciotto, sedici, quatt….
Vincent Corletti aveva ormai acquisito “competenze professionali” tali da permettergli una gestione estremamente controllata dei suoi movimenti mattinieri e pomeridiani dentro e poco fuori Springfield, e questo ormai dava all’unico idraulico della zona sicurezza e copertura assoluta: mai nessuna delle rappresentanti del gineceo locale si era accorta dell’inganno, mai nessuna denuncia, o ricordo, o accenno sul pur limitato palcoscenico del gossip di quella cittadina dell’Ohio
…
Ormai erano passati ventitre giorni dall’ultima visita per il sopralluogo in casa Tranton: Vincent aveva redatto il suo bravo preventivo, quest’ultimo era stato accettato dal vedovo, il materiale era stato scelto con cura, i disegni degli impianti erano stati approvati ed oggi eccolo lì, il caro Corletti, in cantina, che prepara le bocchette in ottone per l’irrigazione dal basso.
Il tubo nero viene tagliato a filo con una trancina a lama obliqua, viene scaldata l’imboccatura, ci si inietta del mastice speciale e poi ci si avvita la filettatura che sta sulla parte inferiore della sfera bucherellata girevole; poi si fissa il tutto con una fascetta in acciaio, per sicurezza.
Di questi elementi ne devono essere pronti centoquaranta, e andranno poi inseriti, tramite doppi anelli autofilettanti nelle cullette già predisposte all’interno del tubo principale, che corre sottoterra, nella canalina. Saranno le sfere girevoli che, una volta messo in moto l’impianto, sgoccioleranno a trecentosessanta gradi l’acqua irrigatrice.
Vincent Corletti sudava, lavorava alacremente, pensava a ciò che era là fuori, a Springfield, in centro e in periferia, a ciò che conosceva molto bene.
Ma che diavolo di caldo…fff…ci vorrei bere una birra gelata…adesso…(urlacchiò) …signor…sss Tranton…ffff… Tranton…Tranton…
Il signor Tranton non lo poteva sentire, era troppo impegnato a…
Mi servono ancora guarnizioni…mmm…già…dove sono…
Corletti ruotò la mano destra dietro di sé, senza guardare, per abbrancare alcune guarnizioni: la boccetta era in agguato.
Guarnizioni, il culo di Kimberly, fascette, il seno della signora Grant, bocchette, il ventre di Carol, i baci di Lena, e fili di rame e i capelli di Jeena, e centraline e termoregolatori e schiene e braccia e bocche e bocchette e lingue e autofilettatori e spalle e sospiri e guarnizioni…e caldo…caldo…caldo…caldo…caldo…caldo…caldo…
Vincent Corletti urtò la boccetta viola, con il liquido viola, che si ruppe tra le guarnizioni; il liquido viola si mise presto in contatto con le guarnizioni, le quali guarnizioni si relazionarono immediatamente con le piastre in cemento grigio del pavimento
della cantina del signor Tranton, e le piastre in cemento andarono a nozze con le decine di metri di tubi flessibili in plastica che facevano bella mostra di sé, in attesa del loro interramento nell’eden, lì fuori, a poca distanza.
Vincent Corletti non si accorse di niente…
Non si accorse degli strani e flessuosi movimenti, intorno a lui…
Di niente si accorse Sidney Tranton.
I tubi azzurri, stimolati nel loro intimo, si mossero, si animarono, approfittarono a lungo, e stupidamente, di Vincent Corletti, fino alla morte, penetrandolo in tutti i pertugi, grandi e piccoli (pare siano nove), che la natura gli aveva fornito. Per un milionesimo di secondo gli riapparve alla mente la sagoma scura e viscida di un pesce di fiume…
paulsark 2009