CENERENTOLA, LA VERA STORIA

CENERENTOLA, LA VERA STORIA

Testi

LA ZUCCA DI MEZZANOTTE

LA VERA STORIA DI CENERENTOLA

Personaggi e interpreti

Cenerentola Marisa Sannia

Padre di Cenerentola Federico Rampini

Madre di Cenerentola Ave Ninchi

Matrigna Daniela Santanchè

Prima sorellastra Giorgia Meloni

Seconda sorellastra Antonella Clerici

La fata Franca Rame

Il topo Roberto Benigni

Il cavallo Maurizio Landini

La zucca Mara Venier

Il Re e Sindaco Dario Fo

Il principe

figlio del sindaco Francesco Giorgino

Il maggiordomo Giobbe Covatta

Prima ragazza al ballo Antonella Elia

Seconda ragazza al ballo Sabrina Ferilli

Terza ragazza al ballo Maria De Filippi

Il gran ciambellano Michele Mirabella

La campana delle ore Milly Carlucci

Lo scemo del villaggio Checco Zalone

C'era una volta in un tempo lontano,

in una terra vicino a Milano,

un benpensante ricco e famoso,

un uomo buono, dolce, mai iroso.

Era Rampini il Federico,

di grande spessore io ve lo dico;

era cercato in tutta la terra

e predicava contro la guerra.

Avea per moglie una cara signora,

sempre disposta ad ogni ora,

era una dama di carità:

faceva del bene da qui a Bogotà.

Ave e poi Ninchi lei si chiamava,

con tutti e con tutte lei ci parlava;

lei dava sempre gioia e conforto,

in ogni luogo e in ogni porto.

I due sposini avean 'na figlia,

una fanciulla con lunghe ciglia;

dolce carina e spensierata,

cantava felice tutta la giornata;

studiava, giocava e poi lavorava,

e i genitori lei spesso aiutava.

Lei si chiamava Marisa Sannia,

era un' icona, una magia.

Ma un destino triste e crudele,

brutto e cattivo ancor più del fiele,

era nascosto nel buio più scuro,

e come un lampo colpì grave e duro:

la dolce madre di un male improvviso

presto volò su in paradiso.

Il padre Rampino è ben disperato,

e per la figlia si è risposato;

arriva al palazzo la nuova matrigna,

ma questa è una donna fredda ed arcigna.

Il caro Rampino si chiede il perchè,

lui ha sposato la Santanchè.

Questa Daniela si è tosto insediata,

tutta la casa ha mezzo sventrata;

cambia le porte, i tappeti e gli arazzi;

i camerieri son già tutti pazzi;

detta le regole, impone la legge;

su quanto è banale tutto si regge:

alle finestre ci son le tendine

con tulipani a strisce e palline;

poi nel salotto quattro divani,

due per i gatti e due per i cani;

otto poltrone di lana e velluto,

un teschio di bue nero e cornuto.

Per terra un tappeto di un orso ammazzato,

il mobile bar di avorio rubato.

In bagno la vasca con menta e patate,

la doccia preposta per grandi cantate;

la moda richiede che nel lavandino

ci nuoti e ci sguazzi un bel pesciolino.

Un'altra trovata è dentro al bidet,

pronto a lavare calze e gilet.

Ma ecco una cosa sensazionale,

è straordinaria, fenomenale:

il water è un'opera di vera maestria,

è fatto a tre posti con gran fantasia,

per farci la cacca con nonna e con zia.

Nella cucina è un tripudio di gusti,

di oli e di aceti son pieni sei fusti;

basilico, timo e rosmarino,

il pepe del Cile, il sale marino;

i polli starnazzano dentro al lavello,

fettine di mulo e crepes di vitello;

il tonno riposa sull'insalata,

le acciughe e il caviale sulla crostata.

Il frigo è un tripudio di aromi e colori,

la mortadella li rende migliori;

i vini preziosi son da tutto il mondo,

botti e barili si ciucciano a fondo.

E poi c'è la camera col grande lettone;

è controllata dall'alto da un drone,

al fin di evitare ogni imbarazzo:

lei ci si fionda per il sollazzo.

Insomma la casa è adesso un casino,

è disperato il vecchio Rampino.

Assieme alla moglie, come due triglie,

sono arrivate anche due figlie:

brutte, cafone e molto scontrose,

sono pettegole, oche e gelose.

Una è bislunga come un'arsella,

si chiama Clerici, come Antonella,

l'altra sfarfalla nei pantaloni,

lei ha per nome Giorgia Meloni.

Le due sorelle son molto invidiose,

da cattiveria lor son sempre rose,

e alla Marisa per farle dispetto,

alla ragazza prendon di petto.

Un giorno il Rampino ha un grave malore,

nel cuore lui sente un forte dolore;

lui amava molto la moglie defunta,

ed ecco per lui che l'ora è già giunta.

Or la matrigna ha libero il campo,

ora è padrona in un sol lampo;

per la Marisa adesso è un calvario,

sgobba e lavora, ma senza salario:

spazza, pulisce, raschia e spadella,

prepara pranzetti a questa ed a quella.

Le due sorellastre son molto cattive,

solo con l'ira sono giulive,

e la fanciulla piange la notte,

ripensa con rabbia ai soprusi e alle botte.

La sua cameretta sta sulla soffitta,

non si lamenta, e sta sempre zitta.

Ha fatto amicizia con un topolino,

gli porta ogni giorno un formaggino;

anche lui odia le due sorelle

perchè gli vogliono fare la pelle,

ma la ragazza gli vuole gran bene,

e a lui confida tutte le pene.

Ha nome Benigno, il topolino,

e per gli amici è sol Robertino.

Nella città c'è un governatore,

un grande uomo, ben giusto di cuore,

sempre presente ai suoi cittadini,

lui ama tutti, i vecchi e i bambini.

E' Dario Fo il suo nome glorioso,

grande statista assai valoroso;

il suo figliolo è un po' imbranatino,

e lui si chiama Francesco Giorgino;

studia la fisica e l'astronomia,

nessuna ragazza, nessuna follia.

Il suo papà è assai preoccupato,

in quanto suo figlio non è fidanzato,

ecco qualcosa bisogna inventare,

una ragazza bisogna trovare;

ed una notte lui sta alla finestra,

volge lo sguardo alla sua destra,

vede cadere dal cielo una stella,

e nella mente poi una fiammella:

la festa da ballo bisogna qui fare,

mille ragazze bisogna invitare;

e così chiama il suo segretario,

è un tipo deciso il suo gregario.

Fai un editto, fai cosa ben fatta”;

lui si rivolge a Giobbe Covatta,

ed il suo fido, sveglio ed attento,

a fare le cose è un vero portento,

dice al suo capo e lo rassicura:

Organizzo una festa di grande figura”.

Chiama dei vigili il comandante,

è un pò cicciotto, e un pò pesante;

ed ecco che arriva, sul petto ha la stella,

è lui il Michele, è lui il Mirabella.

Stai bene attento, è cosa importante,

io del mio capo sono il garante;

il sindaco vuole una festa in gran stile,

raduna i gendarmi giù nel cortile;

mandali in giro per la contea,

di locandine ne ho una marea,

falle attaccare in tutti i cantoni,

in tutte le case, su tutti i portoni;

io mi preparo per gli accessori,

per i festoni e poi per i fiori.

Speriamo che il sindaco approvi il lavoro;

faremo le cose con cura e decoro”.

E fu così che nel territorio,

pur sulla torre bianca d'avorio,

tutti lo leggono il nuovo messaggio,

e le ragazze si fanno coraggio,

dal manicure e dal parrucchiere,

per poi affinare le belle maniere.

In tutti i quartieri c'è un grande fermento,

si sono già iscritte e son più di cento.

In giro c'è anche un poveretto:

vive da sempre dentro a un carretto;

raccoglie di tutto di ferro e di legno,

conosce lui tutti in tutto il suo regno;

chi gli regala una pagnotta,

chi gli dà un piatto di fresca ricotta,

chi gli dà un pezzo del suo melone,

è un poco scemo: è Checco Zalone.

Appena gli dicono del ballo e le feste,

lui ha deciso che si traveste;

ruba la gonna ad una vecchina,

si imbianca la faccia con la farina,

vuole danzare con il Giorgino,

si agghinda per bene ed a puntino.

Anche la Clerica e la Melona,

ognuna di loro la fa da padrona,

vogliono fare gran bella figura,

vanno a ballare, è cosa sicura.

Clerica è andata per togliere un callo,

aveva due piedi come un cavallo,

si stira le natiche, si rade anche i peli;

ha già comprato un vestito di veli,

una mantella di pelle bovina,

poi una sottana lunga e corvina.

E la Melona non è poi da meno,

per agghindarsi non ha nessun freno,

mette alle labbra il botulino,

prende una crema color cappuccino,

compra un bidone di un nuovo rossetto,

e poi si esercita con il falsetto.

Toglie le pulci dentro alle orecchie,

chè sono troppe, anzi parecchie.

Mamma Daniela è molto orgogliosa,

spera che una di loro sia sposa,

ed anche lei si adorna e si agghinda;

si lava e si struscia per farsi ben linda.

Anche Marisa del ballo ha sentito,

ed anche lei vorrebbe un partito,

ma non ha niente, neanche un vestito,

ha solo uno straccio, assai scolorito.

Dalla matrigna è lì, timorosa:

Io vorrei andare domani alla festa,

ma poco tempo adesso mi resta;

il sindaco ha detto: il ballo è per tutte,

povere, ricche, le belle o le brutte.

Ma certo mia cara, certo che puoi,

io ti assecondo in quello che vuoi,

anche tu certo alla festa tu andrai;

tu sai che però di finire dovrai:

spazzare il cortile, lavar le cantine,

dar da mangiare alle nostre galline,

stirare i lenzuoli, verniciare il cancello,

appendere i quadri con chiodi e martello,

cambiare la seppia al canarino,

mettere il cibo al pesciolino,

e per finire, come ho già detto,

cambia le tegole su per il tetto”.

Marisa è tristissima, è proprio sconvolta,

piange a dirotto, è molto stravolta;

pensa al lavoro che deve ancor fare.

Ma come faccio a andare a ballare ? “.

Intanto la Clerica e la Melona,

son nella camera della matrona:

Ma mamma, le hai detto che lei può venire ?. “

Tranquille ragazze, lei deve pulire

un sacco di cose in tutta la casa,

finchè non diventi una tabula rasa:

lucida a specchio, linda e perfetta,

e poi non so proprio che cosa si metta”.

E in quella notte, azzurra e brillante,

van le ragazze a ballar tutte quante;

arrivano a frotte con gai gridolini,

tutte agghindate con gli orecchini,

perle, collane e braccialetti,

diademi, pendagli, tacchi e corsetti.

Ognuna di loro sposarsi lo spera,

somigliano tanto a statue di cera;

sono impazienti e molto nervose,

gli occhi si posano su tutte le cose.

Tutto sfavilla nel grande salone:

specchi ed arazzi ed un tavolone,

apparecchiato con mille vivande,

c'è anche un formaggio che vien dalle Ande;

vini pregiati, salumi preziosi,

piatti speciali, ricchi e golosi;

un grande tonno tagliato a filetti,

un grande prosciutto ridotto a cubetti,

ci sono i salmoni dell'Argentina,

e gli gnocchetti dell'Indocina,

la pizza gigante del Maracanà,

e i fagioloni di Bogotà,

le seppie argentate della Zelanda,

le olive spolpate con la lavanda,

i piedi di tasso tritati in salmì,

le unghie di rospo di Mondovì;

insomma un tripudio di luci e di odori,

per tutti impossibile starne di fuori.

Ma intanto a casa di Marisella,

lei è in soffitta che guarda una stella;

piange e sospira tra due lacrimoni,

son freddi e son aspri come limoni.

Il ballo per me ormai è saltato,

non c'è nessuno che mi abbia aiutato”.

Ma mentre sospira piange e si lagna,

dal nero di notte come lavagna,

ecco una luce improvvisa si accende,

una scia luminosa che adesso discende;

or la fanciulla rimane accecata,

quando nel mezzo le appare una fata:

Io sono Franca, io sono Rame,

delle sorelle conosco le trame,

e della madre fredda e crudele,

più velenosa di un litro di fiele.

Cara Marisa, io sono una fata,

e una sorpresa per te ho preparata”.

Or la ragazza è inebetita,

guarda ed ascolta molto stupita.

"Voi una fata ? ma chi vi ha mandata ?

la casa è vuota, io sono incantata”.

Vedi figliola, io so tante cose:

le sorellastre di te invidiose,

ti hanno costretta a pulir dappertutto,

lavare i panni e restare all'asciutto.

Ma anche tu devi andare al gran ballo,

con la carrozza e con il cavallo”.

Ma io non niente, neanche una gonna”.

Non preoccuparti, sarai una gran donna;

vieni dabbasso, ti mostro il prodigio.

Chiama quel topo, chiama quel Gigio”.

Non Gigio si chiama, bensì ser Benigno”.

Okay è lo stesso, ho visto una zucca”.

E' Mara Venier, quando si trucca”.

Va bene lo stesso, anche se è rozza,

io la trasformo in una carrozza”.

Ed eccolo lì, come incantato,

è apparso un bel cocchio, tutto dorato.

Ora vediamo questa insalata,

che in un vestito venga mutata”.

Ed ecco di raso ed è tutto un lustrino,

Marisa è un incanto, un vero fighino;

la fata poi il topo ha fatto chiamare:

una livrea gli ha fatto indossare,

sembra davvero un grande ammiraglio,

mentre a Marisa regala un ventaglio.

E poi due scarpette di fine cristallo,

proprio studiate per un gran ballo.

Ma a mezzanotte, mi raccomando,

l'incanto finisce ed allorquando

si sente suonare quell'ultimo tocco

il cavallo diventa una noce di cocco;

nel buio si scioglie la tua carrozza,

e d'acqua diventa sporca una pozza;

il tuo vestito uno straccio diventa,

senti nell'aria un gusto di menta;

questo è il segnale che tutto è finito;

occorre tornare tutti a partito”.

Adesso la truppa è pronta a partire,

corre il cavallo nell'aria a nitrire;

corre veloce verso il palazzo,

corre veloce, meglio di un razzo.

Intanto la festa è già cominciata:

la grande sala è tutta affollata:

dame, maestri, estetisti e signori,

fabbri, architetti, pellai e assessori;

l'orchestra è un tripudio di valzer e tanghi,

la macedonia con uva e con manghi;

tutti che ridono e saltano in giro;

con loro ci balla perfino un tapiro.

Intanto Marisa a palazzo è arrivata,

dal maggiordomo viene scortata;

ci son mille luci dei lampadari,

scialli, stivali, ori e alamari;

tutto si ferma, attende e si blocca,

tutti che apron stupiti la bocca.

Per quella fanciulla che è appena arrivata,

tutta la folla è rimasta incantata;

è una bellezza rara e infinita,

ogni ragazza la guarda smarrita.

Ci sono tre sguinfie molto agguerrite,

che alla riscossa sono partite,

fanno una corte assidua e asfissiante,

per il Giorgino le tre tutte quante.

Una si chiama Elia l' Antonella,

crede di essere lei la più bella;

gracchia e si muove bevendo Martini,

a tutti i maschi fa gran sorrisini.

Ma ser Giorgino non guarda nemmeno,

non le ha sbirciato neanche nel seno.

Poi ce n'è un'altra che in testa c'ha i grilli,

piuttosto volgare, è Sabrina Ferilli;

ride di tutti e poi ride con tutti,

su ciò che sente, sui belli e sui brutti.

Balla saltando come una rana,

mangia calzoni ripieni di grana,

ma il Giorgin non la fionda per niente,

e lei si consola con polpo bollente.

Ed ora scortata da la fanteria,

la buzzicona de Filippi Maria;

canta e urlando a squarciagola,

una canzone in lingua spagnola;

ma tiene una voce da scaricatore,

sembra il richiamo di un banditore.

Ed il Giorgino si tappa le orecchie,

di porcherie ne ha sentite parecchie.

Ma ecco che il giovane ha una visione,

pensa di avere l' allucinazione:

vede Marisa, ha quasi un infarto,

la guarda tremando in ogni suo arto.

Poi si avvicina con aria impacciata:

Ma voi chi siete ? appena arrivata ?”.

Certo signore, ho qui la matrigna;

è quella laggiù, la più segaligna;

e quelle lì affianco le mie sorellastre,

quelle che sembrano là due pollastre”.

Ma signorina, voi siete un incanto;

di chiedervi un ballo adesso mi vanto”.

Ma certo signore, con grande piacere,

ho tanta paura che possan vedere;

io sono perplessa e ho grande timore,

posso star qui solo tre ore:

a mezzanotte io devo scappare,

alla mia casa io devo tornare”.

Ma voi chi siete ? da dove venite ?

Cosa intendete, cosa mi dite ?

Non vi conosco, non vi ho mai visto;

solo tre ore ? Io mi rattristo.

Ma ora di grazia volete ballare ?

Solo con voi io voglio danzare”.

E così ecco, tra il grande stupore,

che i due ragazzi, per quasi tre ore,

ballano valzer e macarene,

e i due volteggiano come falene;

le altre ragazze, verdi e invidiose,

cercan di fare mille altre cose.

La Giorgia Melona si mangia un'anguria,

la Clerica un pollo si slappa con furia,

e la Daniela Santacchecchecchè

tuffa la testa dentro al purè.

E poi la Elia, la Antonella,

è ormai diventata una ciambella:

sul naso è spuntata anche un'arsella.

Ecco in un angolo Sabrina Ferilli,

sbrana con urla, con strepiti e strilli,

carne di bue, giraffa e maiale,

e poi si addorme sopra un guanciale.

Intanto Filippa sembra una rana,

che salta e sgranocchia una forma di grana,

e sotto i suoi piedi, tra calli e duroni,

trovano asilo sette piccioni.

Insomma la festa è una grande kermesse,

molte signore ormai son già lesse,

i cavalieri, ubriachi e strafatti,

stramazzano a terra, ma son soddisfatti.

Ma il buon Giorgino con la sua bella

balla da un'ora la tarantella;

ed al suo petto l'ha poi avvinghiata

quando si lanciano in una bachata.

Poi lo spettacolo con il bolero:

Marisa fa il toro, Giorgino il torero;

e ancora la rumba, il valzer ed il tango,

e mentre lui balla si ciuccia anche un mango.

Intanto lo scemo si aggira d'intorno,

si è fatto un vestito con carta da forno;

ha detto in giro a tutti i presenti:

Se non balli con me poi te ne penti;

ti vengo a cercare di giorno e di notte,

poi, se ti trovo, io prendo una botte,

e ti infilo là dentro in un momento.

Dentro alla botte di chiodi son cento,

e poi ti butto dal monte a ruzzare,

e così impari a non farmi ballare”.

E' questo lo scemo di Checco Zalone,

nessuno lo guarda, gli dà ragione;

è un poveretto, è uno sfigato,

a calci nel culo lo hanno cacciato.

Ma ecco si sente sonar la campana:

immobile resta la carovana,

e Cenerentola, ovvero Marisa,

che, circondata da scherzi e da risa,

si è ricordata della sua fata:

A mezzanotte sii rincasata;

si rompe il mistero, si rompe l'incanto,

normale ritorna di già tutto quanto”.

La giovane corre scendendo le scale,

e rischia anche molto di farsi del male,

e poi alla fine il beffardo scalino,

si inciampa il vestito nel suo piedino:

salta per aria la sua scarpetta,

ma non si arresta, la poveretta;

esce e poi salta dentro il suo cocchio,

si è solo sbucciata un poco il ginocchio.

Corre il cavallo, nei campi, sui ponti,

tra boschi, foreste, colline e le fonti;

e appena la zucca si è or riformata,

la giovane scende assai trafelata.

Corre veloce su in cameretta,

è triste e felice e a letto si getta;

ripensa alla notte appena passata,

il giovane l'ha di certo stregata.

Sogna e sospira un felice futuro,

e al topo Benigno: “ Lo sposo. Lo giuro”.

E intanto fredde come due lastre,

sono arrivate le sorellastre.

Mamma, ma hai visto la spudorata,

neanche un minuto lei si è fermata;

sempre a ballare con il Giorgino,

tra tango, flamenco e il valzerino”.

Care ragazze c'è una cosa da dire:

ve lo confesso, scusate l'ardire.

Se il principe ha scelto di far coppia fissa

(e non è il caso di fare una rissa),

forse dovete a lui rinunciare,

e qualcun altro dovrete trovare”.

Io non ci sto, non mi rassegno”.

Melona sei proprio una testa di legno;

Io non rinuncio, e poi niente predica”.

Sei una testona, mia cara Clerica”.

E senza aspettare nemmeno un minuto,

su per le scale, con piè di velluto,

davanti alla porta della Sannia,

loro dan sfogo alla lor gelosia:

strepitano isteriche forte bussando:

Brutta cornacchia”, gridano urlando:

Tanto il Giorgino a te non ti sposa;

il matrimonio per te non è cosa”.

Poi, scalmanate, si buttan da basso,

fanno i gradini con grande fracasso,

e poi stremate si buttan sul letto,

urlando e piangendo battendosi il petto.

Intanto a palazzo, alla fine del ballo,

viene trovata la scarpa in cristallo.

E' il maggiordomo che va da Giorgino,

gli fa vedere quel gingillino:

Ma è la scarpetta della mia bella,

è la scarpetta della mia stella;

ora bisogna far la ricerca;

presto Covatta organizza la cosa:

lei deve essere presto mia sposa”.

Sì mio signore, chiamo un drappello,

tutte le guardie che stanno al castello”.

Mandale in giro a cercar la padrona,

ed io ti regalo la mia corona”.

Ma no mio Giorgino, restate tranquillo,

io sono bravo, più vispo di un grillo.

Noi troveremo la proprietaria,

la vista più acuta, col naso per aria:

guardiamo in cantine, solai e soffitte,

dentro i negozi, in tutte le ditte”.

E così è fatto e organizzato:

per la contea un esercito è andato.

Bussano a case, a porte e portoni,

terrazzi, cortili, aie ed androni,

e le fanciulle provano a turno,

nel tempo di giorno e in quello notturno.

Il maggiordomo, con la scarpetta,

con grande attenzione e senza fretta,

in ginocchio si mette e, molto preciso,

chiede a ogni giovane, guardandola in viso:

Prego pulzella, la scarpa proviamo,

se vi sta bene, adesso vediamo”.

Ma prova e riprova, i piedi son cento:

Io l'ho promesso, ora tento e ritento”.

Ma niente di nuovo, niente da fare,

ma Giobbe non molla, continua a sperare.

E poi quello scemo di Checco Zalone,

sì proprio lui fa vedere il piedone:

ma la scarpetta gli sta molto stretta,

e poi afferma: “Che brutta disdetta”.

Ed ecco si arriva dalle sorelle,

che per la cosa son fatte più belle.

Melona ha rasato i peli del naso,

e Clerica ha fatto la cacca nel vaso;

Melona ha raschiato i piedoni e le ascelle

e Clerica ha tolto dal culo le arselle.

Melona ha staccato il muschio dal collo,

e Clerica si è unta col grasso di un pollo.

Melona ha strappato le cozze dal culo

e Clerica si trucca con trippa di mulo.

Ed ecco Giobatta con quella scarpetta:

Or le proviamo senza aver fretta,

prima alla Clerica e poi la Melona”.

Non si fa niente alla carlona,

ma i piedi non entrano nella scarpetta,

pur con l'aiuto di una paletta.

Niente da fare, le mie signorine;

rimettetevi pure le vostre scarpine.

Siamo arrivati alla fine del giro,

ho tutto scritto su questo papiro;

e c'è qualcosa che non ho capito:

mi manca il nome di una ragazza;

la cosa è bizzarra, la cosa è assai pazza;

sapete voi forse che c'è ancor qualcuno,

o in questa casa non c'è più nessuno ?”.

Si è fatto silenzio, a pianterreno;

il viso è contratto, non è sereno;

e da lassù una vocina si sente,

timida un poco, ma impertinente.

Ehi maggiordomo, ci sono anche io;

ehi segretario or provo anche io”.

E dalle scale, dopo un istante,

scende Marisa, tutta tremante.

Ah ecco adesso è risolto il mistero;

ora mi torna il conto davvero”.

Sembra raggiante il segretario,

si mette ben sotto al lampadario,

controlla le carte e la sua lista.

Ieri a palazzo lei era in pista;

lei era al ballo ier notte a palazzo;

a trovar tutte quante ormai sono pazzo.

Bene, vediamo questa scarpetta:

prego si levi la sua calzetta”.

E Cenerentola, che è anche Marisa,

si leva la calza, ferma e decisa;

questo momento è grave e importante,

sono di pietra le tre, tutte quante:

Daniela, la Clerica e la Melona,

le sorellastre e la padrona.

Bene vediamo questo piedino,

prego indossate questo scarpino”.

E la ragazza, in modo preciso,

infila il suo piede con gesto deciso:

entra perfetto nella scarpetta,

e dal cristallo è benedetta.

Tutti rimangono a bocca aperta:

è lei la fanciulla, ormai è cosa certa.

Le sorellastre e la matrigna

sono impietrite come una pigna,

e il maggiordomo, con aria ufficiale:

L'abbiamo trovata, è fenomenale !”.

Intanto a palazzo ormai si sa tutto,

tutti in subbuglio, un po' dappertutto.

Il sindaco re non sta nella pelle,

dà ordini a destra, a quelli ed a quelle.

Il matrimonio bisogna allestire,

e gli invitati bisogna avvertire”.

E intanto Marisa è andata a palazzo,

adesso ha di tutto pel suo sollazzo:

ha quattro stanze, due bagni e un salone,

un guardaroba ed anche un balcone.

Giorgino è commosso ed è entusiasta;

c'è una nuova bandiera, di fuori sull' asta,

con scritto un messaggio per il territorio:

- TUTTI INVITATI AL MATRIMONIO-.

Ed ecco è arrivato il giorno speciale:

mille invitati al gran baccanale;

ci sono cuochi e camerieri,

ci sono gran dame e cavalieri.

La sposa Marisa davvero è un incanto,

in abito bianco e poi un gran manto;

nastri dorati e un diadema d'argento,

i brillantini son mille e duecento.

Giorgino è confuso, non sa cosa dire,

a stento balbetta, si sente morire;

è tutto sudato, dai piedi ai capelli,

si leva la giacca, si slaccia i gemelli.

Ma ecco che arriva la torta nuziale;

è un dolce maestoso, è un dolce speciale:

pane di spagna, meringhe e bignè,

ripieni al cacao, al rum e al caffè.

Ecco l'orchestra ora prende l'avvio,

giù tutti in pista con grande brio:

si balla e si canta in allegria,

si canta e si balla in compagnia.

Anche il demente di Zalone Checco

si è camuffato da lanzichenecco;

corre e saltella per tutto il salone,

grida e si ciuccia un bel bombolone.

Verso le cinque la festa è finita:

tutta la gente è a terra sfinita;

bicchieri e bottiglie un po' dappertutto,

nessuno è rimasto di certo all'asciutto.

Ora gli sposi si son ritirati,

nel nido d'amore si son rintanati;

adesso si guardano dritto negli occhi,

son timorosi, si sentono sciocchi.

Ma ora il ragazzo ha l'iniziativa,

mentre la sposa si nega, un po' schiva.

Lui si avvicina e vuole baciarla,

lei si allontana ed ora gli parla:

Caro mio sposo, caro Giorgino,

ora vi do solo un bacino.

Io vi ho sposato, con fede e gaiezza,

ma non prendetemi con leggerezza.

Faremo le cose con senno e dovizia,

ed ora ciucciatevi 'sta liquirizia.

Dormiamo sereni, felici e tranquilli,

cullati dal canto dei gufi e dei grilli”.

E vissero così felici e contenti,

sempre la lingua rimase tra i denti.

FINE

 

 

 

lunedì, 27 Ottobre 2025
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