E LE PIETRE SMISERO DI CANTARE

E LE PIETRE SMISERO DI CANTARE

Poesie

e le pietre smisero di cantare

le cose raccontano, le cose ricordano

parole sulla shoah

a tutti coloro che non sono tornati

a tutti coloro che hanno avuto l’anima graffiata dal dolore dell’ ignominia

Sono una pietra di Auschwitz

ricordo occhi chiusi e aurore annerite
passi neri dentro luce nera
mentre io diventavo corpo e mano aperta

alla fine della mia metamorfosi chimica

ero pietra tra anime di pietra

mi fu insegnato come diventare pavimento striato

appesa ai chiodi bianchi di una luna assente

appesa ai grappoli appuntiti di una luna di legno e numeri

arrivarono un tramonto

quando un fulmine d’acciaio e cuoio uccise la mia fanciullezza

quando un pugnale

nascosto nelle radici di un vagone innocente
spezzò le chiome dei campanili

spezzò l’urlo di madri senza lacrime

arrivarono al tramonto

di un giorno senza nome e senza futuro

ed io mi accorsi

da subito

che rimanere pietra

avrebbe significato ferite e naufragi

avrebbe significato il ritorno al padre oceano

tra sangue catalogato

e alghe senza confini

Sono un violino di Auschwitz

...mi guardai tra le corde

dall’alto delle mie ali d’acero specchiato

le orecchie trasudano spade sguainate

archi aspettati

col grido dell’aquila

che disegna cenere

recht links recht links recht links

destra sinistra destra sinistra destra sinistra

gli amici alberi guardano il mio corpo aranciato

chi vuole cantare con me ?

chi vuole baciare il mio vestito rotto ?

chi vuole imparare a sanguinare con me,

tra zoccoli impauriti e carezze di fango ?

oggi

oggi sono un legno stanco

con tempeste perdute in mezzo ai riccioli

con le radici spente

in mezzo all’ultima neve…

Sono una valigia di Auschwitz

...non posso vivere

senza che le foglie bacino le mie serrature dimenticate

non posso vivere

senza che l’inverno

mi riempia la pancia di avvoltoi e stelle

perdute nel giallo ghiacciato dell’appello


non conosco questo veleno assonnato

che s’inerpica nel mio silenzio interno

come un piombo divino

la pelle ricorda la pioggia che ho amato

la pelle ricorda il fuoco degli autunni inviolati

ricorda il richiamo delle madri

ricorda il lento ansimare del cortile amico

adesso conservo tutto

dentro queste mie arterie di cartone

occhi improvvisi stivali cattivi fotografie spente

candele ammaestrate anelli inventati

e quel tuo respiro antico

che si è dimenticato ormai da tempo

di abbracciare la mia mano

Sono un pane di Auschwitz

...non crediate

non crediate che io muoia

succede ancora

ogni crepuscolo

che mi accorga di vivere

ancora

succede spesso

che abbia la sensazione di essere eterno

ho una frusta antica

che mi solleva il corpo

ho un urlo perfetto che mi disegna le parole e le labbra

un segnale di dio

che fa splendere le lame della fame che fa paura

che fa nascere in silenzio serpenti e ferite lievitate

ho orizzonti deserti in mezzo alla fronte

ho culle e tabernacoli ripieni di artigli e scorpioni

in mezzo alle molecole

qui tutti imparano presto

la vergogna del rifiuto

qui tutti imparano presto

a sorridere con il fumo dell’ignoto

qui tutti imparano presto

a nascondermi nelle tombe di calce

qui tutti imparano presto

a spezzare lentamente la crosta avvizzita

delle mie sillabe

Sono un silenzio di Auschwitz

...entrai nelle case mentre mangiavano attorno al tavolo

mentre cantavano mentre ridevano mentre pregavano

non sarà mai che io possa organizzare balletti e giostre

non sarà mai che dentro di me

possano crescere pozzi di miele cucchiai occhiali

denti dorati arpe celesti acque pulite e campi senza numeri

la mia agenda è fatta di terra rotta e di luce asimmetrica

le mie dita

ormai

sono corrose da uno smarrimento infinito

mia madre era l’assenza

mio padre aveva per nome il nulla

ho vissuto ormai talmente tanto

che il mio petto è diventato uno stemma secco

seminato di lacrime e proiettili feriti

ho vissuto talmente tanto

che il sipario del suono universale

ha affondato le sue unghie nell'interminabile martirio
tra finestre di ferro farfalle bruciate ed erba salata

ho vissuto talmente tanto

che il grano è diventato paura

che il giorno è diventato il volo di uccelli freddi

che il sonno è diventato un grido elettrico

senza ritorno

Sono una bambola di Auschwitz

...nulla cancellerà il mio solco di bambagia

imbevuto di attese e sabbie prigioniere

nulla

né il passare delle lune né l’innocenza dei cervi
potranno coprire la porcellana del mio cuore

ed il veleno che il sonno mancato vi ha rovesciato sopra

è vero

ho solo occhi di vetro e bottoni

al posto del sangue

è vero

ho solo lana arrangiata e filo di ferro

in mezzo alla pancia appena accennata

è vero

ho solo un pezzo di tomba vuota

che mi spetta

nell’angolo più lontano

ma il compito che mi fu affidato

era quello di contare gli autunni e le sue uve

era quello di ascoltare il vento

per poter asciugare lacrime e cuscini chiusi

era quello di scrivere dolcezze e ninne nanne di miele

adesso guardo dentro il mio tramonto

con le braccia scucite

con la vita scolorita

chiedendomi se mai mi fu regalata un’anima di pezza

utile per abbracciare altre anime

durante la preghiera solenne della ninna nanna

Sono una scarpa abbandonata ad Auschwitz

...il mio disegno fu arato un giorno

tra cuoio perseguitato e legno indolenzito

il tutto avvenne dentro una cattedrale di ammoniaca e invidia

con un cortile di scale ammuffite

sacchi di cenere viola

polmoni accartocciati

banconote trasparenti

come testimoni

il mantello della mia memoria venne trafitto

una notte di maggio

sotto l'albero del patibolo

io arrivai al fondo della terra

guardando il cielo
in mezzo a fruste e corde gelate
fino a che le madri di tutte le geografie

straziarono con la pietra i loro figli appena nati

fino a che le madri di tutte le frontiere

straziarono di lacrime i loro figli appena ritrovati

le altre scarpe

mie sorelle

composero un nuovo girotondo

uno di quelli fatti apposta per incidere il futuro

per gli anniversari d'occasione

da raccontare tra duecento anni

 

martedì, 28 Ottobre 2025
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